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LISTA ANALISI

Analisi Genetiche e Biologia Molecolare
Amilasi, lipasi ed elastasi

L’amilasi è un enzima prodotto dalle cellule del pancreas che favorisce la digestione degli alimenti nell’organismo. L’amilasi, però, non è prodotta solo dal pancreas, ma anche dalle ghiandole salivari e, nelle donne, dalle tube di Falloppio. Questo significa che, per diagnosticare la corretta funzionalità del pancreas, occorre dosare solo la parte di amilasi prodotta specificatamente da questo organo. Ma, ancora non è sufficiente, perché questo enzima viene eliminato molto velocemente dall’organismo, per cui spesso l’amilasi è normale
nel sangue (anche se si ha una sofferenza del pancreas), ma non è normale nelle urine che, quindi, devono essere a loro volta analizzate. Inoltre, altri due enzimi, la lipasi e l’elastasi, si alterano in presenza di un cattivo funzionamento di questo organo, per cui, per verificare la funzionalità del pancreas, è consigliabile eseguire:

l’analisi dell’amilasi totale nel sangue
l’analisi dell’amilasi pancreatica nel sangue, cioè gli “isoenzimi pancreatici”
l’analisi dell’amilasi nelle urine chiamata “amilasuria”
la lipasi
l’elastasi fecale, il più recente tra gli esami di controllo del pancreas.

PERCHE’ SI ESEGUONO

Si tratta di esami che vengono consigliati dal medico in presenza di sintomi che portano a pensare ad una insufficienza pancreatica (pancreatite) acuta o cronica. Non sono, quindi, esami di routine. I sintomi che possono allarmare il medico sono, per esempio, forte dolore addominale, dimagrimento, cattiva digestione, meteorismo, il tutto senza cause apparenti.

COME SI FANNO

Le analisi dell’amilasi totale, dell’amilasi pancreatica e della lipasi sono normali prelievi di sangue.
L’analisi dell’amilasi nelle urine, l’”amilasuria”, consiste in un campione di urine che può essere prelevato in qualsiasi ora della giornata.
L’elastasi fecale consiste nella raccolta di un campione di feci, della grandezza di una nocciola, in un contenitore sterile con l’aiuto di una spatola o di una paletta.

Per l’esecuzione di queste analisi non è necessaria alcuna specifica preparazione, né il digiuno. Anche i farmaci non influiscono sul risultato, anche se è sempre consigliabile che il medico sia a conoscenza di eventuali cure in corso. Le feci e le urine devono essere raccolte in un contenitore sterile e monouso che può essere acquistato in farmacia o richiesto direttamente al laboratorio presso il quale si intende far analizzare gli esami.

COSA SIGNIFICANO

AMILASI TOTALE

Se il suo valore è più alto rispetto a quello normale, è consigliabile approfondire l’argomento perché potrebbe trattarsi di un malessere che colpisce il pancreas, ma anche da una eccessiva produzione da parte delle ghiandole salivari.
Se il suo valore è più basso del normale, l’alterazione non ha alcun significato clinico e non è preoccupante.

ANALISI DELL’AMILASI PANCREATICA NEL SANGUE O “ISOENZIMI PANCREATICI”

Se il suo valore rimane normale, anche se le amilasi totali sono alterate, non si può dedurre una diagnosi di insufficienza pancreatica. Questo perché significa che l’alterazione è causata da un aumento di produzione di amilasi da parte delle ghiandole salivari e non è, invece, dovuta ad un malfunzionamento del pancreas.
Se il suo valore è più alto rispetto a quello normale, si ha la certezza di trovarsi di fronte ad una insufficienza pancreatica.
Se il suo valore è più basso rispetto a quello normale, non ha nessun significato clinico perché è un enzima che si trova normalmente nel sangue con valori molto bassi.

ANALISI DELL’AMILASI NELLE URINE O “AMILASURIA”:

Se il suo valore è più alto rispetto a quello normale siamo di fronte ad una insufficienza pancreatica anche se i valori dell’analisi del sangue non sono alterati. L’amilasi nelle urine, infatti, si altera a distanza di alcune ore rispetto a quella nel sangue (che viene eliminata velocemente) se il pancreas non funziona correttamente.
Se il suo valore è più basso rispetto a quello normale, non ha nessun significato clinico e non è preoccupante.

LIPASI:

Se il risultato è più alto del normale, abbiamo la certezza di trovarci di fronte ad una pancreatite. Questo, infatti, è un enzima che si altera a distanza di tempo rispetto all’amilasi solo in presenza di un malfunzionamento del pancreas e, quindi, è utile anche per tenere sotto controllo l’evolversi della malattia.

ELASTASI FECALE:

Se il suo valore è più alto rispetto a quello normale, non è preoccupante e non ha alcun rilievo clinico.
Se il suo valore è più basso rispetto al normale, significa che la persona soffre di insufficienza pancreatica (che diventa preoccupante se il valore si riduce tra 1 e 99 U.I.). L’importanza di questa analisi sta nel fatto che dosa un enzima che si altera immediatamente, fin dall’inizio della malattia.

Celiachia

L’amilasi è un enzima prodotto dalle cellule del pancreas che favorisce la digestione degli alimenti nell’organismo. L’amilasi, però, non è prodotta solo dal pancreas, ma anche dalle ghiandole salivari e, nelle donne, dalle tube di Falloppio. Questo significa che, per diagnosticare la corretta funzionalità del pancreas, occorre dosare solo la parte di amilasi prodotta specificatamente da questo organo. Ma, ancora non è sufficiente, perché questo enzima viene eliminato molto velocemente dall’organismo, per cui spesso l’amilasi è normale
nel sangue (anche se si ha una sofferenza del pancreas), ma non è normale nelle urine che, quindi, devono essere a loro volta analizzate. Inoltre, altri due enzimi, la lipasi e l’elastasi, si alterano in presenza di un cattivo funzionamento di questo organo, per cui, per verificare la funzionalità del pancreas, è consigliabile eseguire:

l’analisi dell’amilasi totale nel sangue
l’analisi dell’amilasi pancreatica nel sangue, cioè gli “isoenzimi pancreatici”
l’analisi dell’amilasi nelle urine chiamata “amilasuria”
la lipasi
l’elastasi fecale, il più recente tra gli esami di controllo del pancreas.

PERCHE’ SI ESEGUONO

Si tratta di esami che vengono consigliati dal medico in presenza di sintomi che portano a pensare ad una insufficienza pancreatica (pancreatite) acuta o cronica. Non sono, quindi, esami di routine. I sintomi che possono allarmare il medico sono, per esempio, forte dolore addominale, dimagrimento, cattiva digestione, meteorismo, il tutto senza cause apparenti.

COME SI FANNO

Le analisi dell’amilasi totale, dell’amilasi pancreatica e della lipasi sono normali prelievi di sangue.
L’analisi dell’amilasi nelle urine, l’”amilasuria”, consiste in un campione di urine che può essere prelevato in qualsiasi ora della giornata.
L’elastasi fecale consiste nella raccolta di un campione di feci, della grandezza di una nocciola, in un contenitore sterile con l’aiuto di una spatola o di una paletta.

Per l’esecuzione di queste analisi non è necessaria alcuna specifica preparazione, né il digiuno. Anche i farmaci non influiscono sul risultato, anche se è sempre consigliabile che il medico sia a conoscenza di eventuali cure in corso. Le feci e le urine devono essere raccolte in un contenitore sterile e monouso che può essere acquistato in farmacia o richiesto direttamente al laboratorio presso il quale si intende far analizzare gli esami.

COSA SIGNIFICANO

AMILASI TOTALE

Se il suo valore è più alto rispetto a quello normale, è consigliabile approfondire l’argomento perché potrebbe trattarsi di un malessere che colpisce il pancreas, ma anche da una eccessiva produzione da parte delle ghiandole salivari.
Se il suo valore è più basso del normale, l’alterazione non ha alcun significato clinico e non è preoccupante.

ANALISI DELL’AMILASI PANCREATICA NEL SANGUE O “ISOENZIMI PANCREATICI”

Se il suo valore rimane normale, anche se le amilasi totali sono alterate, non si può dedurre una diagnosi di insufficienza pancreatica. Questo perché significa che l’alterazione è causata da un aumento di produzione di amilasi da parte delle ghiandole salivari e non è, invece, dovuta ad un malfunzionamento del pancreas.
Se il suo valore è più alto rispetto a quello normale, si ha la certezza di trovarsi di fronte ad una insufficienza pancreatica.
Se il suo valore è più basso rispetto a quello normale, non ha nessun significato clinico perché è un enzima che si trova normalmente nel sangue con valori molto bassi.

ANALISI DELL’AMILASI NELLE URINE O “AMILASURIA”:

Se il suo valore è più alto rispetto a quello normale siamo di fronte ad una insufficienza pancreatica anche se i valori dell’analisi del sangue non sono alterati. L’amilasi nelle urine, infatti, si altera a distanza di alcune ore rispetto a quella nel sangue (che viene eliminata velocemente) se il pancreas non funziona correttamente.
Se il suo valore è più basso rispetto a quello normale, non ha nessun significato clinico e non è preoccupante.

LIPASI:

Se il risultato è più alto del normale, abbiamo la certezza di trovarci di fronte ad una pancreatite. Questo, infatti, è un enzima che si altera a distanza di tempo rispetto all’amilasi solo in presenza di un malfunzionamento del pancreas e, quindi, è utile anche per tenere sotto controllo l’evolversi della malattia.

ELASTASI FECALE:

Se il suo valore è più alto rispetto a quello normale, non è preoccupante e non ha alcun rilievo clinico.
Se il suo valore è più basso rispetto al normale, significa che la persona soffre di insufficienza pancreatica (che diventa preoccupante se il valore si riduce tra 1 e 99 U.I.). L’importanza di questa analisi sta nel fatto che dosa un enzima che si altera immediatamente, fin dall’inizio della malattia.

Analisi per Ossa

Le ossa sono formate da tessuto che si evolve in continuazione per mantenerle sane e forti e in cui intervengono più fattori. Quindi, per sapere se una persona soffre di una malattia a carico delle ossa con perdita della loro consistenza, le analisi di laboratorio consigliate sono:

  • Il calcio (Ca) o calcemia
  • Il fosforo (P)
  • La calcitonina (CT)
  • Il paratormone
  • La vitamina D
  • L’osteocalcina (OC)
  • Le piridinoline o il telopeptide.

In passato veniva utilizzato anche un altro esame, chiamato idrossiprolinuria, una analisi delle urine diventata ormai obsoleta perché facilmente alterabile da fattori esterni come il cibo e sostituita, oggi, dall’analisi più precisa delle piridinoline.

PERCHE’ SI ESEGUONO

Si tratta di analisi eseguite per diagnosticare la presenza o meno di una malattia o di un impoverimento delle ossa. In particolare, l’analisi del calcio è una analisi di routine che il medico prescrive per avere sempre sotto controllo lo stato delle ossa. Il calcio, infatti, normalmente ha pochissime oscillazioni, per questo, se dovesse risultare alterato si consigliano approfondimento con le altre analisi per capire dove il sistema di rigenerazione ossea si è inceppato. Durante la menopausa, che è una condizione in cui la donna si trova ad avere una alterazione naturale del suo stato ormonale perché non ha più il ciclo mestruale e questo porta ad un impoverimento delle ossa, oltre all’analisi del calcio, è generalmente prescritto dal medico anche l’esame della M.O.C. (Mineralometria Ossea Computerizzata). Questa è una indagine di radiologia in grado di fotografare con precisione lo stato di salute del tessuto osseo.

COME SI FANNO

Si tratta quasi per tutte di analisi di laboratorio che consistono in un semplice prelievo di sangue e solo l’esame delle piridinoline e del telopeptide sono esami delle urine. In questo caso il campione di urine deve essere prelevato preferibilmente di primo mattino, così sono più concentrate e si analizzano meglio. Il contenitore monouso viene fornito direttamente dal laboratorio di analisi quando si esegue l’esame oppure può essere acquistato in farmacia. Si tratta di analisi per cui è consigliato il digiuno per evitare che il cibo interferisca con il risultato, fatta eccezione per l’analisi del paratormone per cui il digiuno è necessario e per l’analisi delle piridinoline e del telopeptide che possono, invece, essere anche estemporanee. L’assunzione di farmaci non influenza il risultato anche se è sempre opportuno che il medico sia informato di eventuali terapie in corso.

COSA SIGNIFICANO

CALCIO (CA) O CALCEMIA

Se il risultato è più alto rispetto al valore normale, abbiamo una ipercalcemia nel sangue che può essere causata da un iperparatiroidismo (cioè la paratiroide produce troppi ormoni), da un eccesso di vitamina D nel sangue, da insufficienza renale, dall’uso di diuretici o contraccettivi o da un tumore delle ossa.
Se il risultato dell’analisi è più basso rispetto al normale, potrebbe essere ipoparatiroidismo (cioè la paratiroide produce ormoni in quantità scarsa), una carenza di vitamina D, un deficit dell’apporto di calcio con il cibo o una sua eccessiva perdita con le feci o con le urine dovute a cause da approfondire.

FOSFORO (P)

Questo elemento fa in modo che la rigidità dell’osso non sia eccessiva.

Se l’analisi risulta superiore al normale, potrebbe trattarsi di presenza di un iperparatiroidismo o di un eccesso di vitamina D nel sangue.
Se l’analisi risulta più bassa rispetto a questi valori, potrebbe essere dovuta a ipoparatiroidismo, malassorbimento degli alimenti nell’intestino, digiuno prolungato o ad una malattia del fegato.

CALCITONINA (CT)

Questo ormone cerca di rallentare il processo di distruzione dell’osso per mantenere il corretto equilibrio nel suo rinnovamento.

Se questo ormone cerca di rallentare il processo di distruzione dell’osso per mantenere il corretto equilibrio nel suo rinnovamento.

PARATORMONE:

Questo ormone cerca di mantenere stabile la quantità di calcio nel sangue..

Se il risultato è più alto del normale, indica un iperparatiroidismo, che può essere causato da una scarsa concentrazione di calcio nel sangue (questo ormone, quindi, interviene per stimolare l’attività degli osteoblasti, che costituiscono la struttura dell’osso) o da un tumore della paratiroide, che smette di funzionare correttamente.
Se il risultato è più basso rispetto a questi valori indica un ipoparatiroidismo che può essere causato da una eccessiva presenza di calcio nel sangue (per questo il paratormone non interviene nella stimolazione) o da un tumore alla paratiroide.

VITAMINA D:

E’ una vitamina prodotta dal rene che favorisce l’assorbimento del calcio ingerito con gli alimenti.

Se il risultato è più alto rispetto al normale, potrebbe indicarne una eccessiva ingestione e assorbimento nell’intestino, quindi, diventa tossica per l’organismo.
Se il risultato è più basso rispetto ai valori normali, indica una sua insufficiente assunzione tramite il cibo o una scarsa esposizione alla luce del sole (che ne stimola la produzione) o una malattia del fegato. Questo può provocare rachitismo nei bambini e malattia delle ossa nell’adulto.

OSTEOCALCINA (OC):

Questa analisi indica il tipo di attività degli osteoblasti, che formano l’osso.

Se il risultato è più alto rispetto al normale, potrebbe indicare la presenza di ipertiroidismo o di osteoporosi (cioè impoverimento dell’osso).
Se il risultato è più basso rispetto ai valori normali, indica che la formazione e rigenerazione degli osteoblasti è lenta e ridotta.

PIRIDINOLINE:

Questa ricerca indica l’attività degli osteoclasti di “distruzione” dell’osso per permetterne il rinnovamento.

Se il risultato è più alto rispetto al normale, siamo in presenza di osteoporosi.
Se il risultato è più basso rispetto al normale, significa che l’osso non si rigenera a sufficienza e deve esserne approfondita la causa (per esempio, potrebbe essere dovuto agli ormoni prodotti dalla paratiroide).

TELOPEPTIDE:

E’ un esame che ha lo stesso significato dell’analisi delle piridinoline ed indica l’attività degli osteoclasti..

Se il risultato è più alto rispetto al normale, siamo in presenza di osteoporosi.
Se il risultato è più basso rispetto al normale, significa che l’osso non si rigenera a sufficienza e deve esserne approfondita la causa.

Artrite Remautoide

Il Reuma test, la Reazione di Waaler Rose e la presenza di anticorpi anti-CCP, cioè anti-citrullina, sono analisi di laboratorio consigliate dal medico per osservare se la persona soffre di artrite reumatoide, una malattia degenerativa cronica e progressiva che interessa soprattutto le articolazioni, provocando serie difficoltà di movimento e deformazioni.

PERCHE’ SI ESEGUE

Il Reuma test è un esame di screening per vedere se la persona soffre di una malattia autoimmune. Se questo esame è alterato, generalmente si tratta di artrite reumatoide, la più diffusa. Sono frequenti, però, le alterazioni di quest’analisi anche se si soffre di altri tipi di malattie autoimmuni come il “lupus eritematoso” (una malattia che oltre a una alterazione alle articolazioni provoca uno sfogo cutaneo tale da far apparire la sua testa simile a quella di un lupo) e quant’altro. Per avere la certezza che si tratti di artrite reumatoide, quindi, è consigliabile eseguire la Reazione di Waaler Rose come approfondimento e conferma.

Fino ad oggi, queste erano le analisi a disposizione del medico per evidenziare la presenza della malattia, analisi che si basavano sulla presenza del sangue del cosiddetto “fattore reumatoide”. La sua specificità, però, è scarsa perché la sua positività (cioè la sua presenza) si può riscontrare in molte malattie reumatiche ed infettive e persino nel 3-5 per cento delle persone sane. Grazie all’analisi degli anticorpi anti-CCP (anticitrullina), invece, si è in grado di diagnosticare l’artrite reumatoide in modo specifico e di selezionare le persone che ne soffrono addirittura quando non si sono ancora sviluppate lesioni articolari.

COME SI FA

Si tratta di semplici prelievi del sangue. Per l’esecuzione di queste analisi è consigliabile il digiuno dalla sera precedente il prelievo. Se si stanno assumendo alcuni medicinali come il cortisone o quelli chiamati immunosoppressivi, è necessario avvisare il medico perché questi riducono la produzione degli anticorpi che si vanno a ricercare, falsando, così, la diagnosi (a meno che le analisi si stiano eseguendo proprio per monitorare la cura e verificare che i medicinali siano effettivamente efficaci).

COSA SIGNIFICA

REUMA TEST

Se l’esito dell’analisi è più alto rispetto al valore normale, si può sospettare la presenza dell’artrite reumatoide (soprattutto se vi sono anche sintomi evidenti come dolore di alcune articolazioni, in particolare la mattina).

REAZIONE DI WAALER ROSE

Se nel referto si trova l’indicazione “assente” o “negativo”, si può escludere l’artrite reumatoide e si andrà, allora, a indagare di quale altro tipo di malattia autoimmune si tratta con le analisi specifiche del caso (per esempio, con la ricerca degli anticorpi antinucleo per vedere se si tratta di “lupus eritematoso” e quant’altro).
Se il risultato è “presente” o “positivo”, significa che la persona soffre di artrite reumatoide.

ANTICORPI ANTI-CCP:

Se nel referto si trova l’indicazione “assente” o “negativo”, la persona non soffre di artrite reumatoide
Se il risultato è “presente” o “positivo”, significa che la persona soffre di artrite reumatoide.

Anticorpi Fosfolipidi
Anticorpi B2 Glicoproteina
ANA Anti Corpi Antinucleo
AMA
ASMA
LKM
ADN
Azotemia (UREA) e Creatinina
  • L’azotemia o urea e la creatinina sono entrambi esami di laboratorio consigliati dal medico per poter valutare il corretto funzionamento dei reni.
    L’azotemia è un esame più vecchio e datato rispetto alla creatinina, che è, invece, molto più preciso nel diagnosticare un malessere del rene perché non è influenzato da condizioni esterne come l’alimentazione.

    PERCHE’ SI ESEGUONO

    Si tratta di analisi che vengono eseguite per verificare il corretto funzionamento dei reni. Nel sangue, infatti, sono presenti proteine fondamentali per il nostro organismo, ma anche prodotti di rifiuto che vengono trasportati agli organi la cui funzione è di rimuoverli dal nostro organismo. Il rene elimina questi rifiuti attraverso le urine, svolgendo una funzione di “filtro” fondamentale per l’organismo.

    L’azotemia è un esame ancora molto richiesto dai medici, purtroppo, però, è troppo correlato alle proteine presenti nel sangue, per questo risulta influenzato dal tipo di alimentazione: in caso, infatti, di una dieta ricca di proteine, l’azotemia potrebbe essere alta anche se il rene funziona perfettamente. Fra le cause non legate a insufficienza renale in cui, però, l’esame dell’azotemia potrebbe essere alterato ci sono:

    • La gravidanza, per la maggior richiesta di proteine da parte dell’organismo.
    • Una alimentazione troppo ricca di proteine (per esempio, se si mangia troppa carne).
    • Una attività sportiva o lavorativa che causa un notevole utilizzo di energia (catabolismo muscolare), per cui l’organismo usa le proteine come scorta energetica.

    La creatinina è il test per eccellenza al fine di osservare se la funzione di “filtro”, tipica del rene, avviene efficacemente, perché non subisce alterazioni in base a condizioni esterne. Nel caso in cui il risultato di azotemia e creatinina sia alterato e, quindi, si sospetti un malfunzionamento del rene, esiste un ulteriore esame di approfondimento chiamato “Creatinina
    Clearance” utilizzato sia per diagnosticare definitivamente una insufficienza renale, sia per monitorare il funzionamento del rene nelle persone che hanno una insufficienza renale già diagnosticata. La Creatinina Clearance (cioè la creatinina depurata) è un test combinato che misura il valore della creatinina sia nel sangue, sia nelle urine delle ventiquattro ore.
    Il risultato è un valore frutto di un calcolo che il laboratorio elabora in automatico mettendo in correlazione il risultato della creatinina nel sangue e quello della creatinina nelle urine.

    COME SI FANNO

    Gli esami dell’azotemia e della creatinina si eseguono con un semplice prelievo di sangue. Per la Creatinina Clearance, invece, oltre all’esecuzione del prelievo di sangue, deve essere portato un campione di urine raccolto nelle ventiquattro ore. Sia l’azotemia, sia la creatinina sono analisi che devono essere eseguite a digiuno. La raccolta delle urine delle ventiquattro ore per l’esame della Creatinina Clearance avviene prima di tutto alla mattina, appena svegli, facendo attenzione perché il primo getto di urine non deve essere raccolto, per cui la raccolta parte dalla seconda emissione di urine della giornata.
    Da questo momento e nello stesso campione andranno raccolte tutte le urine successive, del giorno e della notte, fino a quelle della mattina del giorno successivo appena svegli comprese. Durante il periodo della raccolta le urine devono essere conservate in frigorifero per evitare che i batteri, con il caldo, trovino un ambiente favorevole per riprodursi. I farmaci non influiscono sull’esito di questi esami, ma è sempre consigliabile avvertire il medico se ci sono terapie in corso.

    COSA SIGNIFICANO

    AZOTEMIA:

    Se il risultato è più alto del normale, può essere il segnale di una eventuale insufficienza renale, ma potrebbe anche essere dovuto ad una dieta troppo ricca di proteine, per questo è necessario che il valore sia confermato dall’esame della creatinina, che, invece, non viene influenzato da condizioni esterne.
    Se il risultato è inferiore al normale, non c’è nulla di allarmante, probabilmente è legato ad una dieta troppo povera di proteine che deve essere meglio bilanciata.

    CREATININA

    Se il risultato è più alto del normale e la persona non è muscolosa (perché la cretinina è un valore legato alla massa muscolare), significa che il rene non sta funzionando in modo corretto. Il risultato deve essere approfondito con l’esame della Creatinina Clearance.
    Se il risultato è più basso del normale, probabilmente si tratta di una persona con una scarsa massa muscolare, niente di preoccupante.

    CREATININA CLEARANCE:

    Se il risultato è più basso del normale, è possibile diagnosticare una insufficienza renale.
    Se il risultato è più alto del normale, probabilmente si tratta semplicemente di una persona con scarsa massa muscolare.

Beta HCG

La rilevazione delle Beta HCG – Gonadotropina Corionica Umana, l’ormone della gravidanza, nel sangue o nelle urine indica una gravidanza in corso perché questo ormone viene prodotto dalla placenta non appena l’ovulo viene fecondato, quindi, la sua rilevazione potrebbe essere eseguita addirittura prima della data orientativa in cui la donna aspetta le mestruazioni.
In ogni caso è prassi comune eseguire questa analisi in caso di ritardo del ciclo mestruale, in particolare quando il ritardo è già di alcuni giorni. Le Beta HCG subito dopo la fecondazione cominciano a crescere e crescono fino circa alla nona, decima o tredicesima settimana, per poi ricominciare a diminuire.

PERCHE’ SI ESEGUE

La rilevazione delle Beta HCG viene eseguita per avere la certezza di aspettare un bambino.

COME SI FA

Si tratta di un semplice prelievo di sangue oppure di urine (il campione di urina deve essere raccolto preferibilmente di primo mattino, ma non vi sono controindicazioni se viene raccolto in altri orari della giornata). In entrambi i casi non è necessario il digiuno. Il contenitore monouso viene fornito direttamente dal laboratorio di analisi presso il quale si è deciso di eseguire l’esame delle urine oppure può essere acquistato in farmacia.

COSA SIGNIFICA

Analisi della Beta HCG nel sangue

In una donna non in gravidanza i valori di Beta HCG nel sangue oscillano tra lo zero e i 5 mUI (milliUnità Internazionali) per millilitro di sangue.

Se il valore delle Beta HCG è superiore a questo valore significa che siamo in presenza di una gravidanza. Inoltre, a seconda della quantità di Beta HCG presente nel sangue, è possibile anche stabilire in che settimana di gestazione si trova la donna. Le Beta HCG, infatti, aumentano nel sangue con l’aumento dell’attività placentare (solo verso la tredicesimasettimana cominciano a diminuire) e, osservate dal medico in relazione con l’ecografia in gravidanza, danno indicazioni sul benessere del feto e della placenta.

Analisi della Beta HCG nelle urine

L’analisi delle urine può essere:

Negativa se non è presente l’ormone Beta HCG nelle urine e, quindi, non è in atto una gravidanza.
Positiva, se risulta la presenza di Beta HCG nelle urine e, quindi, è certo che la donna aspetta un bambino.

Cariotipo
  • Con il termine cariotipo si intende il “corredo cromosomico” caratteristico di una determinata specie. Grazie alla sua analisi, definita di ciotogenetica, si possono osservare, misurare e catalogare i cromosomi ordinandoli in coppie. I cromosomi sono strutture contenute nel nucleo delle cellule costituti da DNA e proteine e sui quali sono allineati i geni, cioè i fattori responsabili della conservazione e della trasmissione dei caratteri ereditari.

    Nell’uomo vi sono 46 cromosomi identici a due a due (quindi, 23 paia) di cui 22 coppie sono autosomi (sono XX) e si dividono per la grandezza decrescente. Poi vi è una coppia di cromosomi sessuali (eterocromosomi) che hanno la forma XY nel maschio e XX nella donna. Il loro numero è costante per ogni specie ed ogni coppia di cromosomi è morfologicamente e funzionalmente diversa dalle altre. Eccetto le cellule germinali (che sono le uova nelle femmine e gli spermatozoi nei maschi), che contengono 23 cromosomi (chiamato corredo aploide), tutte le cellule somatiche contengono 46 cromosomi (chiamato corredo diploide). Al momento del concepimento una cellula germinale maschile (spermatozoo con 23 cromosomi) si fonde con una cellula germinale femminile (uovo con 23 cromosomi) per originare un nuovo individuo con 46 cromosomi e questo rimane invariato per tutta la vita.

    Quindi, ogni individuo è costituito da metà patrimonio genetico (23 cromosomi) ricevuto del padre biologico e da metà patrimonio genetico (23 cromosomi) ricevuto della madre biologica.

    PERCHE’ SI ESEGUE

    La determinazione del cariotipo serve per diagnosticare l’eventuale presenza di malattie ereditarie (come la fibrosi cistica, per esempio) o non (come la Sindrome di Down) causate da una alterazione dei cromosomi. L’analisi può essere eseguita o prima del concepimento (tramite un prelievo di sangue dei genitori) a titolo preventivo, per conoscere il rischio di mettere al mondo un figlio che abbia anomalie cromosomiche oppure durante la gravidanza (con la tecnica della villocentesi o dell’amniocentesi) per sapere se il nascituro presenta delle anomalie cromosomiche. Il rischio di incorrere in alterazioni cromosomiche aumenta con l’aumentare dell’età della madre. Per questo motivo l’analisi del cariotipo è consigliata nelle donne di età superiore ai 35 anni (prima di questa età, infatti, è dimostrato che il rischio è basso).

    Indipendentemente dagli anni, inoltre, l’indicazione ad eseguire l’analisi del cariotipo è utile anche se la coppia di genitori ha già avuto figli con anomalie cromosomiche.

    COME SI FA

    Se l’analisi viene eseguita prima del concepimento, si tratta di un semplice prelievo di sangue. Se, invece, l’esame viene eseguito durante la gravidanza si possono utilizzare le cellule fetali prelevate con due distinte procedure: il prelievo di villi coriali (con la villocentesi) e il prelievo di cellule amniotiche (con l’amniocentesi).

    La villocentesi si effettua normalmente attorno alla 10-12^ settimana di gestazione e comporta un prelievo di cellule della placenta.

    L’arnniocentesi, invece, si effettua generalmente dalla 15 alla 17^ settimana di gestazione e comporta un prelievo di cellule fetali dal liquido
    amniotico.

    Si deve tenere presente che entrambe le procedure possono provocare un rischio di aborto che, nonostante sia molto basso, deve essere
    considerato dai genitori, e vengono eseguite da un medico ginecologo. Per eseguire questa analisi non è necessaria alcuna preparazione, nè essere a digiuno perchè l’alimentazione non influisce sul risultato.

    COSA SIGNIFICA

    Quando si analizza il cariotipo di una persona il risultato è espresso da una formula cromosomica che è: “Numero dei cromosomi, (virgola) i cromosomi sessuali”. Quindi un maschio normalmente ha un cariotipo “46, XY” e una donna ha una cariotipo “46, XX”. Vi possono, però, essere altri casi che, purtroppo, rappresentano alterazioni nel corredo cromosomico ed evidenziano eventuali malattie trasmissibili al figlio (se l’analisi viene eseguita prima di una gravidanza sui genitori) oppure già certamente presenti nel futuro bambino (se l’analisi viene eseguita durante la gravidanza).

    Le anomalie, a seconda del cromosoma interessato, possono essere ereditarie o non ereditarie ed inoltre:

    equilibrate, cioè una parte di cromosoma è alterato, ma è compensato da una dislocazione della parte mancante in un altro cromosoma e la struttura e il numero sono regolari. Questo difetto tendenzialmente non comporta alcuna alterazione dell’organismo (a volte può compromettere la fertilità se tocca il cromosoma sessuale).
    disequilibrate, cioè una parte di cromosoma solitamente fatto a X (a parte quello sessuale maschile che è fatto a Y) è alterato e non è compensato in qualche altra parte da altri cromosomi. Si verifica una perdita. Queste anomalie provocano malformazioni.

    Infine esistono anomalie cromosomiche:

    nel numero, cioè non vi sono, come sarebbe normale, 46 cromosomi, ma, per esempio, 69 o più (si parla di corredo poliploide). Queste sono alterazioni letali. Oppure il corredo è aploide, cioè anzichè una coppia di cromosomi, come sarebbe normale, ce ne può essere uno solo oppure tre. Quest’ultimo è il caso della Trisomia 21 o Sindrome di Down, una malformazione che non è ereditaria.
    nella struttura, cioè vi sono rotture nei cromosomi seguite o meno da rimodellamenti e compensazioni in altri, in pratica si hanno delle traslocazioni (cioè un pezzo di un cromosoma va a finire in un altro) oppure si hanno delle delezioni (cioè un pezzo di cromosoma viene perso).

Colesterolo (totale, HDL, LDL)
Complesso di TORCH
  • Con il termine “complesso Torch” vengono indicate una serie di analisi consigliate alla donna quando pensa di mettere al mondo un bambino o, al più tardi, quando scopre di essere in “dolce attesa” perché risultano utili per la prevenzione delle infezioni che colpiscono l’embrione e il feto.

    Le lettere del complesso Torch indicano:

    come Toxoplasma (il virus) o Toxoplasmosi (l’infezione che provoca)
    O come Others, termine inglese che in italiano significa “altre” e raggruppa tutte quelle analisi che è consigliabile eseguire prima di una gravidanza per evitare conseguenze spiacevoli al futuro bambino (come la sifilide o le varie epatiti; con gli anni sono aumentate e si è aggiunta, per esempio, l’Aids).
    R come Rosolia (l’infezione che provoca) o Rubeo Test (il nome dell’analisi)
    come Cytomegalovirus (il nome del virus)
    H come Herpes simplex (il nome del virus che, a sua volta, può essere di tipo 1 se l’infezione è labiale o di tipo 2 se è sessualmente trasmessa).

    Le analisi indicate dal complesso Torch vanno a ricercare se nel sangue della persona vi è la presenza o meno di anticorpi diretti contro una specifica infezione. In particolare ne esistono due categorie e vanno ricercate entrambe:

    IgG: si tratta di anticorpi che, se presenti, indicano che la persona è venuta a contatto con quel particolare tipo di infezione e rimangono nell’organismo per tutta la vita anche se la persona è guarita dalla malattia.
    lgM sono anticorpi che, se presenti, indicano non solo che la persona ha contratto l’infezione, ma anche che è ancora in corso, cioè si trova nella fase acuta, o comunque è relativamente recente (una volta avvenuta la guarigione, infatti, via via scompaiono).

    Se, quindi, gli anticorpi IgM non sono presenti, ma gli IgG sì, significa che l’infezione è stata contratta, ma ormai è passata.

    PERCHE’ SI ESEGUONO

    Si tratta di analisi prescritte dal medico specialista in endocrinologia o in andrologia utili per diagnosticare se la persona soffre di una malattia che interessa le gonadi o l’ipofisi (perché produce una dose eccessiva di ormoni o, al contrario, una dose non sufficiente).

    Gli ormoni androgeni, infatti, si trovano sotto il controllo dell’attività dell’ipofisi, per questo in alcuni casi un malfunzionamento di questa ghiandola (a causa, per esempio, di un tumore benigno) può provocare disfunzioni ormonali. Generalmente si tratta di analisi consigliate dal medico quando non compaiono i caratteri sessuali secondari nell’uomo e quando compare irsutismo nella donna (infatti, anche nella donna normalmente sono presenti ormoni maschili, ma in piccola parte).

    COME SI FANNO

    Si tratta di analisi che vengono svolte generalmente su consiglio del medico ginecologo prima di una gravidanza o al suo inizio (ma anche come monitoraggio durante l’attesa) per escludere o tenere sotto controllo l’eventualità che il bambino possa nascere con dei disturbi a causa di una di queste infezioni.
    Le analisi vanno a ricercare se la donna ha sviluppato nell’organismo gli anticorpi diretti a combattere ciascuna malattia perché in questo caso significa che l’infezione è già stata contratta e non può più ammalarsi (quindi non può essere trasmessa al bambino), fatta eccezione ai casi del cytomegalovirus e dell’herpes virus simplex che, invece, rimangono sempre latenti nell’organismo e possono riattivarsi quando le difese sono deboli oppure se non vi sono gli anticorpi e, quindi, la donna potrebbe ancora incorrere nella malattia. Distintamente, cioè una per una, queste analisi possono anche essere eseguite per diagnosticare la presenza o meno di una infezione quando una persona non si sente bene e si sospetta che soffra di una di queste malattie.

    Sono analisi di laboratorio che si eseguono con un normale prelievo di sangue e che è preferibile eseguire a digiuno.

    COSA SIGNIFICANO

    ANTICORPI ANTI-TOXOPLASMA IgG:

    il risultato indica che non si è mai contratta l’infezione se il risultato è all’interno dei valori considerati normali.

    Se l’esito è più alto rispetto al valore normale, indica che la persona ha contratto la malattia e può esserne già guarita oppure può essere ancora in corso, per cui, come approfondimento, è sempre consigliabile ricercare anche gli anticorpi IgM.

    ANTICORPI ANTI-TOXOPLASMA IgM

    il risultato indica che l’infezione non è in corso quando il valore descritto nel referto si trova all’interno dei valori normali.

    Se il risultato è superiore a questo valore e si trova tra 0.200 e 1.000 indica la probabile presenza di anticorpi nel sangue e, quindi, la probabile infezione da Toxoplasma in corso o recente (la ricerca degli anticorpi anti-Toxoplasma avidity eliminerà ogni dubbio).
    Se il risultato è superiore a 1.000 indica, invece, la presenza di anticorpi antitoxoplasma e, quindi, una infezione in corso (e si devono adottare le adeguate cure, soprattutto se si tratta di donna in gravidanza).

    ANTICORPI ANTI-TOXOPLASMA AVIDITY:

    si svolge quando sia gli IgG, sia gli IgM sono alti.

    Se il suo risultato è “assente “ o “negativo”, significa che l’infezione non si trova nella fase acuta.
    Se, invece, il risultato è “presente” o “positivo”, significa che l’infezione è in atto.

    RUBEO TEST IgG:

    Se il suo valore si trova all’interno dei valori di normalità, significa che la persona non ha anticorpi contro la rosolia e, se si tratta di una donna che pensa di mettere al mondo un bambino, è consigliabile che si vaccini per essere protetta dal rischio di contrarre l’infezione.

    Se il risultato è maggiore rispetto al normale, significa che la persona è stata esposta al virus, ma non permette di stabilire l’esistenza di una infezione in atto (per questo è sempre consigliabile eseguire anche la ricerca degli anticorpi antirosolia IgM).

    RUBEO TEST IgM:

    quando è inferiore a 0.600, il suo valore è normale e indica l’assenza di una recente infezione dal virus della rosolia.

    Se il valore è compreso tra 0.600 e 1.000, il caso è dubbio e, quindi, è consigliabile ripetere l’esame a distanza di 7-15 giorni per valutare l’evoluzione degli anticorpi.
    Se il valore è superiore a 1.000 è, invece, indicativo di una recente infezione.

    ANTICORPI ANTI-CYTOMEGALOVIRUS IgG:

    il suo valore indica l’assenza di una infezione dal virus se si trova tra 0 e 15 U.I. (Unità Internazionali) per millilitro di sangue.

    Se, invece, il suo valore è superiore, significa che la persona ha contratto la malattia, ma non si sa se è in corso o recente (per questo si deve eseguire l’analisi degli anticorpi IgM).

    ANTICORPI ANTI-CYTOMEGALOVIRUS IgM:

    il suo valore indica l’assenza di una recente infezione dal virus se si trova tra 0 e 15 U.I. (Unità Internazionali) per millilitro di sangue.

    Se il suo valore è superiore, invece, è indicativo di una infezione recente. Se si tratta di una donna in gravidanza che sta per partorire, il ginecologo consiglierà di eseguire un tampone cervicale per valutare la presenza del virus sul collo dell’utero. Se, infatti, l’infezione si trova sulla mucosa, è preferibile optare per un parto cesareo escludendo quello
    naturale in modo che il bambino non rischi di infettarsi.

    ANTICORPI ANTI-HERPES SIMPLEX IgG:

    di tipo 1 (labiale) o di tipo 2 (sessualmente trasmesso) se il risultato è “assente “ o “negativo” significa che nel sangue della persona non sono presenti gli anticorpi diretti contro questo agente infettivo e, quindi, indica che la persona non ha mai contratto la malattia. Questo significa che potrebbe ancora contrarla e in gravidanza questo comporta un rischio per il futuro bambino.

    Se il risultato, invece, è “presente” o “positivo”, la persona è venuta a contatto con la malattia nel corso della sua vita. Per sapere se si trova nella fase acuta, è sempre consigliabile eseguire anche la ricerca degli anticorpi IgM.

    ANTICORPI ANTI-HERPES SIMPLEX IgM:

    di tipo 1 (labiale) o di tipo 2 (sessualmente trasmesso) se il risultato è “assente “ o “negativo” significa che la malattia non si trova nella fase acuta e se gli anticorpi IgG sono
    “positivi”, la persona è venuta a contatto con il virus in passato che rimane latente.

    Se il risultato, invece, è “presente” o “positivo”, indica che la malattia è in corso o, comunque, è recente. Per l’herpes simplex di tipo 2 vale lo stesso discorso legato all’esecuzione del tampone cervicale (vedi cytomegalovirus).

Cortisolo
  • Il cortisolo è un ormone prodotto dalla ghiandola surrenale, un piccolo organo influenzato dall’ipofisi e posto sopra il rene, indispensabile per la vita perché ha la capacità di risvegliare le energie corporee mettendo a disposizione dell’organismo il glucosio.

    PERCHE’ SI ESEGUE

    La determinazione del cortisolo è uno degli esami di base nella valutazione degli stati di aumentata (ipersurrenalismo da morbo di Cushing) o di
    ridotta attività della ghiandola surrenale (insufficienza surrenalica o morbo di Addison). La determinazione del cortisolo libero urinario, inoltre, è di particolare utilità in alcune situazioni come la gravidanza o il trattamento con contraccettivi ormonali nelle quali si rilevano valori elevati di cortisolo nel sangue in assenza di ipersurrenalismo. In questi casi, quindi, il cortisolo libero urinario, a differenza di quello dosato nel sangue, risulta normale ad indicare un buono stato di funzionalità surrenalica.

    COME SI FA

    L’analisi del cortisolo è un normale prelievo di sangue che deve essere eseguito due volte nell’arco della giornata: una volta al mattino presto (verso le ore 8) e una volta al pomeriggio (verso sera, intorno alle ore 17). Questo perché il cortisolo viene prodotto in modo differente dall’organismo durante la giornata con un ciclo, chiamato “ciclo circadiano”. Se a seguito del risultato dell’esame nel sangue risulta necessario un approfondimento con l’analisi del cortisolo nelle urine, chiamato “cortisolo libero”, si tratta di consegnare un campione monouso di urine raccolto nelle ventiquattro ore. Il barattolo in cui eseguire la raccolta viene consegnato direttamente dal laboratorio presso il quale si intende svolgere l’analisi oppure può essere acquistato in farmacia.

    Per l’esecuzione di queste analisi non è necessario il digiuno e anche i farmaci non influiscono sul risultato, ad esclusione dei preparati a base di ormoni e di alcuni medicinali antinfiammatori (a base di cortisolo o di cortisone).

    COSA SIGNIFICA

    Se il risultato dell’esame del cortisolo nel sangue è più alto rispetto ai valori normali, significa che il surrene produce troppo cortisolo e se ne deve indagare la causa. Dato che il cortisolo prodotto dal surrene è stimolato dall’ipofisi, un’alterazione del cortisolo significa che l’asse ipofisi-surrene è compromesso e questo potrebbe essere dovuto sia a malattie legate all’ipofisi, come un tumore benigno, sia a malattie legate al surrene, come un tumore delle ghiandole surrenali, chiamato “morbo di Cushing”. Per verificare in quale caso ci troviamo il medico generalmente consiglia altri esami di approfondimento quali il dosaggio nel sangue dell’ACTH (Ormone Adreno Corticotropo) (un ormone prodotto dall’ipofisi che, se risulta alterato rispetto al normale, potrebbe indicare un malfunzionamento dell’ipofisi) e l’analisi del “cortisolo libero” nelle urine (perché se il suo risultato è elevato potrebbe, invece, indicare un malfunzionamento della ghiandola surrenale). Vi sono alcune particolari condizioni in cui può esservi un aumento di cortisolo nel sangue (quando la donna si trova in stato di gravidanza oppure quando sta prendendo ormoni contenuti nella pillola contraccettiva o sta seguendo la terapia ormonale sostitutiva in menopausa o se una persona si trova in uno stato di stress intenso e prolungato) cui non corrisponde una malattia. In questi casi la determinazione del “cortisolo libero” nelle urine è di particolare utilità indicando il vero stato di funzionalità del surrene.
    Se il risultato dell’esame del cortisolo nel sangue è più basso rispetto ai valori normali, può indicare la presenza della “malattia di Addison”, uno stato in cui la ghiandola surrenale funziona tropo poco. Anche in questo caso, l’analisi dell’ACHT (Ormone Adreno Corticotropo) aiuta a verificare che il malfunzionamento sia dovuto all’ipofisi e non al surrene e il dosaggio del “cortisolo libero” nelle urine diventa, invece, un approfondimento per capire se è il surrene che non funziona.

CPK, CK-MB, omocisteina e lipoproteina(a)
  • Le analisi utili per diagnosticare la salute del cuore, organo fondamentale per la vita, possono essere suddivise in tre tipologie::

    Quelle che evidenziano la presenza di malattie legate a questo organo come l’esame del CPK o creatinfosfochinasi e la CK-MB o creatinfosfochinasi-MB (in alcuni casi la malattia si trova nella fase acuta (come l’infarto) e in fase di emergenza si esegue anche l’esame della latticodeidrogenasi (LDH), la GOT, la mioglobina, la troponina (T)).
    Le analisi che evidenziano i fattori di rischio di incorrere in malattie aterosclerotiche come, per esempio, i trigliceridi, il colesterolo e via dicendo.
    Le analisi che evidenziano la predisposizione genetica ad incorrere in una malattia del cuore, quali l’omocisteina e la lipoproteina(a). Tra queste, un passo avanti è stato fatto con la scoperta dell’esame delle isoforme apolipoproteina(a).

     

    PERCHE’ SI ESEGUONO

    Si tratta di analisi prescritte dal medico di base o dal medico specialista in cardiologia utili per diagnosticare se la persona soffre di una malattia che interessa il cuore al fine di poterla curare con i medicinali opportuni oppure, nel caso della predisposizione genetica, per poter intervenire e ridurre l’eventuale presenza di altri fattori di rischio come l’alcol o il fumo, per esempio.

     

    COME SI FANNO

    Si tratta di analisi di laboratorio che consistono in un normale prelievo di sangue e che preferibilmente richiedono il digiuno. L’assunzione di farmaci non influenza l’esito degli esami, tranne che di quelli specifici per la cura del cuore. In questo caso le analisi diventano di monitoraggio per verificare che il trattamento funzioni efficacemente. In ogni caso è sempre consigliabile avvisare il medico di quali medicinali si sta prendendo in modo che possa interpretare al meglio i risultati degli esami.

     

    COSA SIGNIFICANO

    CPK o CREATINFOSFOCHINASI:

    Se il risultato è più alto rispetto al normale, l’innalzamento evidenzia un problema relativo ai muscoli e potrebbe essere dovuto al cuore. Queste sostanze, però, sono enzimi presenti in tutti i muscoli, non solo nel cuore per cui, se si sospetta un disturbo a questo organo, il medico consiglierà di svolgere l’esame della CK-MB per eliminare ogni dubbio.
    Se il risultato è più basso rispetto ai valori di riferimento, si tratta di un valore che non ha alcun rilievo dal punto di vista medico.

     

    CK-MB o CREATINFOSFOCHINASI MB:

    Se il suo valore è più alto del normale, l’alterazione interessa il cuore.
    Se il suo valore rimane nella norma, ma l’analisi del CPK è alterata (perché elevata) significa che deve essere indagata con altri esami di approfondimento una malattia che non interessa il cuore, ma altri muscoli (come, per esempio, la distrofia muscolare oppure, più semplicemente, può capitare alle persone che dopo una prolungata inattività fisica iniziano ad andare in palestra sottoponendo i muscoli ad uno stress intenso).

     

    OMOCISTEINA:

    Generalmente il suo risultato è alterato ed è molto alto nelle persone che soffrono in modo genetico di ateriosclerosi.

     

    LIPOPROTEINA (a) e ISOFORME APILIPOPROTEINA (a):

    di recente è stato scoperto che quello che conta veramente non è la sua quantità, ma la sua qualità, in particolare il suo peso molecolare (le “isoforme”).

    Se il risultato è positivo, indica una predisposizione genetica a soffrire di malattie a carico del cuore. Non esiste un farmaco in grado di modificare il peso molecolare della lipoproteina(a), ma i portatori di queste isoforme particolari potranno seguire protocolli tendenti a mantenere gli altri fattori di rischio (colesterolo, trigliceridi e via dicendo) sotto stretto controllo effettuando più frequentemente esami clinici di prevenzione.
    Se il risultato, invece, è negativo significa che la persona non è predisposta a soffrire di malattie legate al cuore, per cui il rischio è minore.

Cromo, rame, manganese, selenio, zinco e magnesio

Il cromo, il rame, il manganese, il selenio, lo zinco e il magnesio sono minerali che fanno parte del nostro organismo in piccole quantità e vengono chiamati “oligoelementi” o “oligominerali”. Si tratta di minerali necessari per il benessere del nostro corpo perché funzionano da regolatori di molte funzioni, per esempio modulano l’attività dei muscoli e fanno in modo che gli enzimi, le vitamine e gli ormoni svolgano i loro compiti correttamente a livello di tutti i tessuti dell’organismo.

PERCHE’ SI ESEGUONO

Queste analisi vengono eseguite su consiglio del medico per osservare il grado di benessere di una persona. I sintomi che possono essere il segnale di una situazione di malessere generale (a causa del cattivo svolgimento delle funzioni dei tessuti, ormoni o enzimi nell’organismo) sono aspecifici, cioè non sono segnali chiari ed evidenti (una loro carenza si può manifestare, per esempio, con una condizione di stanchezza cronica, difficoltà nel mantenere il proprio peso, mal di testa, irritabilità). In caso di valori anormali delle analisi, quindi, la distribuzione degli oligoelementi deve essere riequilibrata per non rischiare di incorrere in una debolezza cronica o nell’invecchiamento precoce.

COME SI FANNO

Si tratta di analisi di laboratorio che possono consistere in un prelievo di sangue oppure nell’esame di un campione di urine estemporaneo, cioè eseguito in qualsiasi momento della giornata, oppure in una analisi sul capello.

Si ritiene, però, che l’esame più affidabile sia la raccolta del campione di urine perché è quello che risulta più stabile e meno influenzato da eventuali agenti esterni. L’analisi sul sangue, infatti, può essere alterata dal cibo e quella sul capello dagli agenti chimici esterni (come le tinture, lo shampoo o l’ambiente).
L’analisi degli oligoelementi (di uno soltanto o di tutti) non richiede alcuna specifica preparazione. L’assunzione di farmaci non influenza l’esito dell’analisi, ma alcuni medicinali potrebbero limitare l’assorbimento degli oligoelementi stessi (come i diuretici per esempio), quindi è importante segnalare al proprio medico quale tipo di farmaco si sta prendendo, soprattutto in presenza di alterazioni degli esami.

COSA SIGNIFICANO

CROMO:

Se il risultato dell’analisi è inferiore al valore normale, questo può comportare difficoltà nella regolazione del glucosio nell’organismo.
Se il risultato dell’analisi è superiore al valore indicato dal laboratorio, invece, significa che la persona è stata esposta in ambienti dove le concentrazioni di cromo risultavano elevate (generalmente accade a particolari tipologie di lavoratori che sono a contatto con polveri o fumi che lo contengono) e questo può portare a uno stato di intossicazione.

RAME:

Una carenza di rame è riscontrabile nella malattia di Menkes, un disturbo molto raro che porta ad anemia incurabile, spesso associata a una condizione di denutrizione. In ogni caso, un livello basso di rame nell’organismo può portare osteoporosi, ritardo mentale, alterazione del nervo ottico, continue ricadute nelle infezioni, ritardo nella crescita.
Se l’analisi risulta superiore ai valori normali, potrebbe essere il campanello di allarme di una leucemia o di una cirrosi epatica, ma è molto raro che questo si verifichi.

MANGANESE:

Se il risultato è inferiore rispetto al normale, siamo di fronte a una carenza che ha ripercussioni sulla distribuzione di energia nell’organismo e sul ricambio cellulare. Inoltre, gli effetti della carenza sono importanti in gravidanza perché possono comportare, per esempio, una scarsa crescita del feto, anomalie del cranio e un maggiore rischio di aborto.
Se il risultato è più alto rispetto all’intervallo di riferimento, si tratta di valori che generalmente sono riscontrati in persone che sono esposte a questa sostanza per lavoro e che, se supera certi limiti, può diventare tossica.

SELENIO:

Se il risultato è inferiore a quello indicato dal laboratorio, siamo di fronte a una carenza che fa in modo che le cellule non vengano correttamente protette dall’attacco dei radicali liberi e, quindi, invecchiano precocemente con le ben note conseguenze sulla capacità mnemonica, sulla pelle, eccetera.
Una sua presenza eccessiva nell’organismo, invece, non ha significato clinico ed è un evento raro.

ZINCO:

Se il risultato è inferiore rispetto a quello normale, lo stato di carenza coinvolge i tessuti che hanno un alto ricambio cellulare come il sistema immunitario (il sistema di difesa naturale dell’organismo da agenti esterni), che, in questo modo, risulta indebolito e può andare incontro a frequenti infezioni oppure possono manifestarsi sintomi come diarrea, irritabilità, tremori, ritardo nella guarigione delle ferite, eccetera.
Se il risultato è più alto rispetto alla norma, non ha significato clinico e, in ogni caso, è molto raro.

MAGNESIO:

Se il risultato è inferiore rispetto al normale, può comportare anche una carenza di potassio e di calcio, cui il magnesio è associato. Tutti questi elementi, se carenti, contribuiscono a creare una eccessiva eccitabilità della membrana muscolare fino a provocare vere e proprie convulsioni, nausea, tachicardia.
Se il risultato è più alto rispetto alla norma, non ha significato clinico e, in ogni caso, è molto raro.

DNA
  • Ogni individuo presenta nel proprio DNA uno specifico codice che definisce la sua impronta genetica. Questa caratteristica è alla base della metodologia utilizzata per determinare se due persone sono correlate geneticamente come, per esempio, padre e figlio perché i figli sono costituiti da metà patrimonio genetico (23 cromosomi) ricevuto dal padre biologico e da metà patrimonio genetico (23 cromosomi) ricevuto dalla madre biologica. Non a caso, l’analisi del DNA viene eseguita generalmente come test di paternità, cioè per riconoscere o disconoscere un figlio come proprio. In particolare esistono due tipi di analisi del DNA:

    Il test padre-bambino-madre, eseguito sul sangue di entrambi i genitori e su quello del bambino.
    Il test padre-bambino senza la madre, eseguito solo sul sangue del padre e su quello del bambino, ma non sul sangue della madre.

    In entrambi i casi si tratta di analisi di biologia molecolare.

    PERCHE’ SI ESEGUE

    L’analisi del DNA viene utilizzata prevalentemente per svolgere il test di paternità. Il padre presunto, per essere considerato padre biologico, deve possedere metà del profilo genetico presente nel bambino. Per la sensibilità e specificità di questo esame, è un test riconosciuto e approvato sia dalla comunità scientifica, sia dal tribunale nella medicina forense. A volte, comunque, l’analisi del DNA può essere utilizzata anche per altri motivi come, per esempio, per verificare se un trapianto di midollo in una persona è avvenuto con successo.

    COME SI FA

    Il test di paternità può essere eseguito in due momenti, in fase prenatale e in fase postnatale.

    Test di paternità in gravidanza (prenatale).
    In questo caso si possono utilizzare cellule fetali ottenute con due distinte procedure: il prelievo di villi coriali (villocentesi) e il prelievo di cellule amniotiche amniocentesi). La villocentesi si effettua normalmente attorno alla 10-12^ settimana di gestazione e comporta un prelievo di cellule della placenta. Per eseguire il test sono anche necessari il prelievo di sangue della madre e del padre presunto. L’amniocentesi si effettua generalmente dalla 15 alla 17^ settimana di gestazione e comporta un prelievo di cellule fetali dal liquido amniotico. Per effettuare il test sono necessari anche il prelievo di sangue della madre e del padre presunto.

    Test di paternità dopo la nascita (postnatale).
    Il test di paternità dopo la nascita viene effettuato utilizzando un prelievo di sangue del figlio/a e messo a confronto con quello dei genitori (di entrambi o solo del presunto padre). Si tratta di un semplice prelievo di qualche goccia di sangue (così da permettere l’analisi anche sui neonati).

    In alternativa al sangue possono essere consegnati al laboratorio anche campioni di saliva prelevati con un tampone a forma di bastoncino che ha al termine un batuffolo di cotone o dei capelli (sono, però, un po’ meno sensibili e specifici rispetto all’analisi sul sangue).

    Per eseguire queste analisi non è necessaria alcuna preparazione, nè essere a digiuno.

    COSA SIGNIFICA

    L’analisi del DNA mette a confronto le sequenze di DNA del bambino con quella della madre e con quella del presunto padre. In particolare:

    Test di paternità padre-bambino con la madre: questa metodica consente di ottenere una risposta sicura sia nel caso di esclusione, sia nel caso di conferma di paternità e non occorrono altre indagini, la sicurezza del test sfiora il 99,9%.
    Test di paternità padre-bambino senza la madre: nel caso in cui non sia disponibile un campione della madre da poter analizzare, si può comunque riuscire ad avere precise relazioni di parentela con un altissima probabilità. Anche questo esame è riconosciuto dal tribunale nelle cause controverse. Con questa metodica vengono analizzati solo quei tratti che sono stati trasmessi geneticamente dal padre al figlio.

Elettroliti

Gli elettroliti sono particolari particelle chimiche che circolano nell’organismo e che regolano le funzioni fondamentali delle cellule come, per esempio, la stabilità della pressione del sangue e il bilancio idrico dell’intero organismo.
La concentrazione di queste particelle deve, quindi, sempre rimanere costante. Sodio, potassio e cloro non sono gli unici elettroliti presenti nell’organismo; esistono anche il calcio e il magnesio, per esempio, ma i primi tre sono quelli che generalmente un medico prescrive come analisi di routine se vuole osservare lo stato di salute globale di una persona.

PERCHE’ SI ESEGUONO

Queste analisi vengono eseguite di routine per osservare se esiste uno scompenso dei liquidi e dell’acqua nell’organismo. Infatti, in caso di valori anormali, la loro distribuzione deve cercare di essere riequilibrata per non rischiare di incorrere in conseguenze serie come, per esempio, in uno scompenso a carico del cuore, muscolo che vive e si muove anche grazie alla giusta distribuzione di sodio, potassio e cloro.

COME SI FANNO

Si tratta di analisi di laboratorio che consistono in un normale prelievo di sangue. Il digiuno è consigliato, anche se non necessario e l’assunzione di farmaci non influenza l’esito dell’analisi, ma alcuni medicinali potrebbero limitare l’assorbimento degli elettroliti, quindi è importante segnalare al proprio medico quale tipo di trattamento si sta seguendo.

COSA SIGNIFICANO

SODIO

Se il risultato dell’analisi è inferiore al normale, potrebbe trattarsi di una insufficienza renale acuta o cronica oppure una insufficienza respiratoria di un certo rilievo. In alcuni casi potrebbe anche essere dovuta a vomito abbondante o a diarrea persistente, che portano ad una disidratazione dell’organismo se i liquidi non vengono reintegrati oppure la causa può essere una eccessiva sudorazione.
Se il risultato dell’analisi è superiore al valore normale, potrebbe significare che i reni o il fegato non funzionano adeguatamente e non utilizzano il sodio presente nel sangue come dovrebbero. Questa alterazione deve essere tenuta sotto controllo perché potrebbe portare ad uno scompenso a carico del cuore.

POTASSIO

Se l’analisi ha un valore più basso rispetto al normale, l’alterazione potrebbe essere dovuta a vomito o diarrea, che causano disidratazione, a un malassorbimento del potassio nell’organismo o come la conseguenza di ustioni. Inoltre, l’anomalia potrebbe essere segnale della presenza di una malattia come il diabete scompensato o l’ipertiroidismo.
Se l’analisi risulta superiore rispetto ai valori normali, significa che nell’organismo è in corso una distruzione delle cellule causata, per esempio, da traumi. Inoltre il potassio ha valori alterati, alti o bassi, nel caso di diabete scompensato.

CLORO:

Se il risultato è inferiore rispetto ai valori normali, l’anomalia potrebbe essere la spia di una insufficienza renale o essere legata ad un trattamento troppo prolungato con medicinali diuretici o causata da una sudorazione eccessiva senza che i sali vengano reintegrati nell’organismo oppure, ancora, potrebbe essere una conseguenza di vomito, diarrea o malassorbimento degli elettroliti che provocano una disidratazione.
Se il risultato è più alto rispetto ai valori normali, potrebbe essere dovuto ad una insufficienza renale.

Emocromo
  • L’emocromo, chiamato anche esame emocromocitometrico, è un esame del sangue che può fornire al medico indicazioni importanti relativamente agli elementi presenti nel sangue: globuli rossi, globuli bianchi e piastrine.

    PERCHE’ SI ESEGUE

    L’esame, consigliato dal medico di routine, permette di diagnosticare alcune malattie del sangue come l’anemia, la carenza di piastrine o altre forme più preoccupanti come la leucemia.

    COME SI FA

    L’esame si svolge eseguendo un semplice prelievo di sangue che viene, poi, analizzato dal personale del laboratorio cui ci si è rivolti. Si tratta di una indagine che può essere eseguita sia a digiuno, sia dopo aver mangiato. Il cibo, infatti, a differenza di altre analisi di laboratorio come quella dei trigliceridi, non influisce sull’esito dell’esame perché si analizza solo la parte chiamata “corpuscolata” del sangue (globuli e piastrine) e non quella liquida (il plasma), su cui, invece, il cibo può influire.

    COSA SIGNIFICANO

    Grazie alle strumentazioni automatiche a disposizione dei moderni laboratori, con un solo prelievo di sangue è oggi possibile “leggere” l’emocromo completo con formula, che è composto dai seguenti parametri:

    • Numero dei globuli rossi (o eritrociti)
    • Concentrazione dell’emoglobina
    • Numero dei globuli bianchi (o leucociti) con formula leucocitaria
    • Numero delle piastrine
    • Valore dell’ematocrito.

    NUMERO DEI GLOBULI ROSSI:

    i globuli rossi, o eritrociti, sono elementi del sangue chiamati anche emazie per la loro colorazione rosso-arancione dovuta alla presenza di emoglobina (ricca di ferro).

    • Se il valore dei globuli rossi è più basso rispetto al valore normale e anche l’emoglobina è ridotta si può sospettare la presenza di anemia.
    • Se il valore dei globuli rossi è elevato rispetto alla norma può essere letto come segnale di eventuali complicanze relative al sangue, come per esempio il rischio di incorrere in trombosi.

    CONCENTRAZIONE DI EMOGLOBINA:

    l’emoglobina è il pigmento posto all’interno dei globuli rossi che possiede il ferro.

    Se l’emoglobina è bassa potrebbe significare che la persona è anemica.
    Se l’emoglobina ha un valore elevato, evento molto raro, potrebbe esserelegato ad una perdita di liquidi o ad una insufficienza respiratoria o a poliglobulia (cioè un eccessivo aumento di globuli rossi nel sangue).

    GLOBULI BIANCHI O LEUCOCITI:

    si trata di cellule del sangue che possono essere di diverse tipologie (granulociti neutrofili – granulociti eosinofili – linfociti – monociti). Con la formula leucocitaria vengono contati i globuli bianchi suddivisi per singola famiglia.

    Le famiglie dei globuli bianchi sono:

    Granulociti neutrofili, che hanno il compito di difendere il nostro organismo dagli agenti infettivi, distruggendoli.Se il loro valore aumenta in modo discreto, significa che nell’organismo potrebbe essere in corso un’infezione dovuta a batteri. Se, invece, il loro valore aumenta in modo consistente potrebbe trattarsi di una malattia più preoccupante (la leucemia). Se, al contrario, il loro valore è moderatamente basso non è allarmante e generalmente è associato alla crescita negli adolescenti o dovuto a iper-allenamento. Anche se il loro valore è particolarmente basso, potrebbe trattarsi di infezioni congenite non preoccupanti. Il caso in cui i neutrofili sono bassi è, comunque, un evento raro.
    Granulociti eosinofili, che difendono il nostro organismo da attacchi esterni di qualsiasi genere. Si nota un loro valore elevato solo in due casi, le allergie e le infestazioni dovute ai parassiti (per esempio, la tenia). Se, invece, il loro valore è più basso del normale non è significativo nel senso che la persona sta bene, ma può avere un’infezione congenita.
    Linfociti, cellule protagoniste del nostro sistema immunitario, che agiscono in difesa dell’organismo e si attivano nel momento in cui vi si introduce un agente esterno. Se il loro valore aumenta in modo discreto, significa che l’organismo sta reagendo ad una infezione di tipo virale (per esempio, la mononucleosi). Se l’aumento è notevole, potrebbe trattarsi di una malattia più preoccupante come la leucemia. Se, invece, il loro valore è basso potrebbe trattarsi di una carenza di linfociti congenita oppure di un segnale positivo che non si è in presenza di infezioni.
    Monociti, cellule definite “gli spazzini” del sangue, cioè che ripuliscono il sangue da agenti esterni. Il loro valore si innalza in presenza di infezioni, perché aiutano gli altri globuli bianchi nella battaglia conto gli agenti infettivi. Se il loro valore è basso non significa essere in presenza di una malattia, ma, può essere legato ad un fattore congenito.

    PIASTRINE:

    che hanno il compito di fermare l’emorragia (la fuoriuscita di sangue) e supportare il processo di coagulazione del sangue.

    Se il loro valore aumenta, cosiddetta piastrinosi, significa che l’individuo sta correndo il rischio di andare incontro ad una trombosi, per cui è consigliabile rendere maggiormente fluido il sangue con farmaci anticoagulanti.

    Se il valore diminuisce, cosiddetta piastrinopenia, potrebbe trattarsi di una malattia congenita o di origine tossica (da farmaci) e vi è il rischio di emorragie spontanee.

    EMATOCRITO:

    rappresenta la porzione (espressa in percentuale) di sangue occupata dai globuli rossi, cioè corpuscolata, rispetto al sangue totale.

    Si tratta di un valore tecnico, utile al medico per valutare più accuratamente e globalmente l’esame emocromocitometrico. E’ un indice di conferma di anemia perchè mentre i globuli rossi possono avere un numero normale pur in presenza di tale malattia, l’ematocrito, in caso di anemia, è sempre ridotto. Se, al contrario, l’ematocrito dovesse risultare elevato, potrebbe trattarsi di poliglobulia, cioè di una presenza eccessiva di globuli rossi nel sangue, che deve essere meglio indagata.

Esame del liquido seminale
Duotest, Tritest e Translucenza Nucale

Grazie agli enormi progressi compiuti nel campo della medicina di laboratorio e della citogenetica, è possibile supporre prima della nascita, in corso di gravidanza, la presenza di malformazioni e anomalie cromosomiche nel feto e decidere se ricorrere ad indagini più invasive o meno (come la villocentesi o l’amniocentesi) preparandosi adeguatamente alla realtà che si dovrà affrontare. Queste analisi vengono chiamate Test Prenatali e sono il Duotest, il Tritest o Triplotest e la Translucenza Nucale. Mentre, quindi, la villocentesi e l’amniocentesi sono esami che forniscono una diagnosi sull’effettivo rischio di mettere al mondo un bambino con malformazioni, ma sono esami invasivi e aumentano la probabilità di interruzione della gravidanza (rischio di aborto), i Test Prenatali non sono invasivi, non provocano rischi per la gravidanza, ma non danno una certezza sul rischio di mettere al mondo un bambino affetto da Sindrome di Down, offrono solo una indicazione probabilistica. Il risultato dell’esame, in pratica, è un numero che esprime una probabilità: se da questi test risulta che la donna ha un rischio elevato di partorire un figlio Down, può comunque decidere di sottoporsi agli esami di Diagnosi Prenatale per averne la certezza.

PERCHE’ SI ESEGUONO

Queste analisi vengono eseguite su consiglio del medico ginecologo per conoscere la probabilità di mettere al mondo un figlio con anomalie cromosomiche. Se il rischio risulta alto, dopo l’esecuzione di questi test di screening (Duotest, Tritest e Translucenza Nucale) la donna può orientarsi verso gli esami più invasivi di Diagnosi Prenatale (villocentesi e amniocentesi) per averne la certezza, mentre se il risultato è favorevole, può decidere di evitare di sottoporvisi.

COME SI FANNO

  • Triplotest: si tratta di un normale prelievo di sangue materno che viene eseguito a partire dalla 15^ settimana di gravidanza, previo controllo ecografico, fino alla l7^ settimana.
  • Duotest: si tratta di un prelievo di sangue effettuato tra la 9^ e la l3^ settimana di gravidanza, previo controllo ecografico.
  • Translucenza Nucale: si tratta di una particolare ecografia eseguita tra la 11^ e la 13^ settimana di gravidanza. Se a questo test viene associato il Duotest, la probabilità diagnostica sfiora il 90 per cento.

Si tratta di esami che non necessitano di alcuna preparazione.

COSA SIGNIFICANO

TRIPLOTEST:

permette di valutare la presenza nel sangue di tre sostanze prodotte dalla placenta ed in parte dal fegato del feto (l’alfafetoproteina, l’estriolo non coniugato e la beta-gonadotropina corionica). Il Triplotest individua all’incirca il 65/70 per cento delle Sindromi di Down e può essere indicativo per controllare anche il rischio di mettere al mondo figli affetti da “Spina bifida”, una malformazione degli archi posteriori delle vertebre.

DUOTEST:

presenta il vantaggio rispetto al Triplotest della precocità del prelievo, eseguibile fin dalle primissime settimane di gravidanza. Questo esame consiste nel dosaggio di due sostanze placentari, la frazione beta libera della gonadotropina gorionica e la proteina A plasmatica associata alla gravidanza (PAPP-A). Queste sostanze sono presenti nel sangue fin dalla 8^-9^ settimana di gestazione ed un loro basso livello aumenta il rischio che il figlio sia affetto da Sindrome di Down.
Il Duotest individua all’incirca il 60/65 per cento delle Sindromi di Down.

TRANSLUCENZA NUCALE:

consiste nella misurazione dello spessore di edema (accumulo di liquido) sottocutaneo presente a livello della nuca del feto. Questa zona, infatti, tende ad aumentare negli individui in cui
sono presenti gravi malformazioni e anomalie cromosomiche. Per l’esecuzione di questo esame è fondamentale un’attrezzatura ecografica di ottimo livello tecnologico e la presenza di personale medico specificatamente preparato per non incorrere nella lettura di risultati falsati, visto che non si tratta di una normale ecografia. Questa ecografia individua all’incirca il 70/75 per cento delle gravi malformazioni, ma la combinazione e il confronto di Translucenza nucale e Duotest, da eseguire tra la 11^ e la 13^ settimana di gravidanza, consente di aumentare le probabilità di rilevare malformazioni e anomalie cromosomiche fino circa al 90 per cento dei casi.

Feci (Esame)

Gli esami delle feci sono molti e si tratta di analisi di laboratorio utili per scoprire infezioni e malattie che possono riguardare l’intestino, il fegato e il pancreas.

Gli esami delle feci sono:

L’analisi della forma e della consistenza, chimico-fisica e microscopica.
La ricerca di parassiti.
La ricerca di batteri (coprocoltura).
La ricerca del sangue occulto

PERCHE’ SI ESEGUONO

Gli esami delle feci sono analisi che generalmente vengono consigliate dal medico curante o dallo specialista gastroenterologo in presenza di diarrea, stitichezza, meteorismo (aria nella pancia) o dolore addominale per pronunciare una diagnosi sulla causa di questi fastidiosi sintomi (per esempio, presenza di batteri, parassiti, funghi, eccetera). Il medico, valutando lo stato di salute della persona interessata, consiglia l’analisi delle feci più adatta nel singolo caso (per esempio, se ha più di quarantacinque anni può consigliare la ricerca del sangue occulto nelle feci, se è un bambino può consigliare la coprocoltura per verificare che non vi sia una infezione e così via).

COME SI FANNO

Si tratta di una raccolta di un campione di feci, della grandezza di una nocciola, in un contenitore sterile con l’aiuto di una spatola o di una paletta. Il campione non deve essere contaminato dall’urina altrimenti si rischia che il risultato sia falsato da elementi presenti nell’urina. E’ necessario vengano utilizzati contenitori monouso che possono essere acquistati in farmacia o vengono consegnati dal laboratorio presso il quale si intende far analizzare le feci. Se nelle feci si sta ricercando il sangue occulto è opportuno evitare di raccogliere
il campione durante il ciclo mestruale e se si stanno ricercando i batteri, è opportuno segnalare al medico se sono in corso terapie antibiotiche che possono alterare l’analisi, cioè i batteri potrebbero risultare assenti quando, in realtà, non lo sono.

COSA SIGNIFICANO

ANALISI CHIMICO-FISICA e MICROSCOPICA:

in condizioni normali le feci sono poltacee, pastose e cilindriche. Il colore è bruno per la presenza di stercobilinogeno (che è un prodotto di degradazione della bilirubina), ma risulta più chiaro se l’alimentazione è ricca di vegetali e frutta, è giallo-oro nei neonati e nero se si mangiano mirtilli o ferro (possono essere nere anche in presenza di sanguinamenti dell’intestino).

  • Se le feci risultano abbondanti, molli, informi, la causa può essere una dieta ricca di vegetali.
  • Se le feci sono scarse, dure e ben formate, la causa può essere una dieta troppo ricca di proteine e carboidrati.
  • Se sono presenti elementi legati all’alimentazione che in realtà dovrebbero essere assenti significa che il transito intestinale è accelerato e queste sostanze non vengono assorbite a dovere a causa di alterazioni del fegato o del pancreas, per esempio.

RICERCA DI PARRASITI:

nelle feci i parassiti dovrebbero essere assenti.

  • Se, invece, sono presenti, il referto contiene il nome del parassita identificato in modo che il medico possa consigliare la terapia migliore per eliminarlo.

RICERCA DI BATTERI (COPROCOLTURA):

Ricerca di batteri (coprocoltura): nelle feci i batteri “patogeni”, cioè che causano una infezione, dovrebbero essere assenti.

Se, invece, risultano presenti, il referto contiene il nome del batterio “patogeno” identificato e il laboratorio, in automatico, esegue l’antibiogramma, cioè un test in cui il batterio viene riconosciuto, isolato e messo in contatto con gli antibiotici al fine di identificare la terapia più adatta a debellare quello specifico tipo di infezione.

RICERCA DEL SANGUE OCCULTO:

Ricerca del sangue occulto: nelle feci il sangue dovrebbe essere assente.

Se, invece, risulta presente, anche in piccolissima quantità, la causa è una lesione dell’intestino che è consigliabile approfondire con indagini più specifiche come, per esempio, la colonscopia.

Glicemia

L’esame della glicemia nel sangue è un test per il controllo del metabolismo degli zuccheri nell’organismo perché mostra la quantità di zucchero, trasformato in glucosio a livello dell’intestino, presente nel sangue di una persona.

PERCHE’ SI ESEGUE

Questo test mette in luce, principalmente, il rischio di ammalarsi di diabete, malattia legata proprio all’incremento della glicemia nel sangue, cioè del glucosio che circola nel sangue. In ogni momento, infatti, la concentrazione di glucosio nel sangue deve essere costante, perché è il risultato di un equilibrio tra un processo naturale di eliminazione dal sangue del glucosio,
che viene utilizzato dalle cellule come energia (la cosiddetta glicolisi o glicogenosintesi) e il processo di immissione del glucosio nel sangue attraverso il cibo (la cosiddetta gluconeogenesi o glicogenolisi).Si tratta di un test di screening, cioè di primo orientamento per il medico, a seguito del quale, se i valori del glucosio nel sangue sono elevati e, quindi, si sospetta la presenza di diabete, l’esame deve essere effettuato un seconda volta e, se il risultato è nuovamente elevato, il laboratorio è in grado, oggi, di diagnosticare il diabete.

A volte viene, comunque, consigliato un ulteriore esame di approfondimento, perché in alcuni casi possono persistere situazioni dubbie (per esempio, la seconda volta che viene effettuato il prelievo il valore della glicemia non è elevato, ma è, comunque, troppo vicino al valore massimo).

Per avere una diagnosi certa, quindi, l’esame di approfondimento generalmente consigliato è la “curva glicemica da carico”, che serve per monitorare il comportamento della glicemia in fasi diverse della giornata, in particolare al mattino a digiuno, dopo aver assunto 75 grammi di glucosio e dopo tre ore, per verificare, successivamente all’introduzione di questo stimolo di glucosio, cosa succede nell’organismo, cioè se si riscontrano punte eccessive di zuccheri in alcuni orari della giornata. Se la glicemia, però, risulta già alta al mattino è importante non assumere il glucosio e non continuare con l’esecuzione dell’esame, perché potrebbe comportare complicanze. Dopo questa ulteriore indagine e se i valori sono elevati, si ha la diagnosi di “diabete conclamato”.

A questo punto, per tenere il diabete sotto controllo nel tempo e verificare che la terapia che viene prescritta dal medico sia corretta, è necessario effettuare ad intervalli regolari l’“esame del glucosio a digiuno e post-prandiale”,cioè un prelievo effettuato sia la mattina a digiuno, sia due ore dopo il pranzo per evidenziare come l’organismo reagisce al trattamento farmacologico o alla dieta prescritta, cioè verificare che non vi sia un aumento eccessivo dopo il pranzo della glicemia. Un caso a parte merita, invece, il “diabete in gravidanza”.
Infatti, la gravidanza stimola la produzione di glucosio nell’organismo che, però, può provocare complicanze nel feto, per questo è consigliato effettuare un test di screening iniziale in ogni donna in gravidanza per escludere la presenza di diabete. Questo test si chiama “minicurva” e la donna in gravidanza deve effettuare il prelievo al mattino a digiuno, dopo aver assunto 50 grammi di glucosio e dopo tre ore.

COME SI FA

Si tratta di un semplice prelievo di sangue che deve essere eseguito a digiuno da almeno 12 ore, perché il glucosio viene influenzato in modo notevole dal cibo ingerito durante la giornata. I farmaci non influiscono sull’esito dell’esame, ma è sempre consigliabile informare il medico affinché possa valutare in modo globale il referto.

COSA SIGNIFICA

Se il valore del glucosio risulta più basso del normale, la cosiddetta ipoglicemia,le cause potrebbero essere legate ad uno “stile di vita” non del tutto corretto, riconducibile ad una cattiva alimentazione, a un digiuno eccessivamente prolungato, a iperattività muscolare o ad abuso di alcol. Tra le cause legate, invece, strettamente all’organismo e, quindi, a possibili malattie, vi possono essere il malassorbimento dei carboidrati, alcuni deficit enzimatici (la cosiddetta glicogenosi) e i tumori del pancreas, che produce insulina (un ormone che svolge un ruolo fondamentale nel metabolismo degli zuccheri e dei grassi) in eccesso.
Se il valore del glucosio risulta più alto del normale, cosiddetta iperglicemia, la causa principale è il diabete (si è carenti di insulina).

Esistono due tipi di diabete:

Diabete I,

insulino-dipendente, in passato chiamato diabete “giovanile”, in cui si evidenzia una insufficienza di insulina che determina alti livelli di glicemia nel sangue. Per il trattamento di questo diabete occorre ricorrere a somministrazione farmacologica di insulina per evitare, a lungo andare, di andare incontro a complicanze quali malattie degli occhi, dei reni, delle vene e del cuore.

Diabete II,

insulino-indipendente, in passato chiamato diabete “senile”, caratterizzato da livelli di glicemia non eccessivamente elevati, in cui, però, la produzione di insulina è difettosa, anche se non carente. Questo tipo di diabete si riscontra soprattutto nelle persone in sovrappeso o durante la vecchiaia.

Gruppo sanguigno e fattore RH
HIV
  • L’HIV è un virus scoperto e identificato nel 1982 che ha origine sulle rive del lago Tanganica in Africa e pare si tratti dell’adattamento di un virus animale all’uomo. Questo virus provoca l’AIDS, dall’inglese Acquired Immuno Deficiency Syndrome, cioè una grave infezione che si è sviluppata per la prima volta all’inizio degli anni Ottanta quando ha colpito le comunità omosessuali di New York e di Miami. Da questa data in poi i focolai si sono diffusi in tutto il mondo. La malattia prende il nome di “sindrome” perché è una infezione che genera più manifestazioni attribuibili al fatto che la persona diventa progressivamente immunodepressa (cioè sviluppa più infezioni, tumori, forte stato di malessere e di dimagrimento).

    Le analisi per la diagnosi di HIV sono principalmente:

    • La ricerca degli anticorpi anti-HIV
    • Il test di conferma o di Western Blot
    • I test di biologia molecolare
    • Il conteggio dei linfociti CD4 (helper) e CD8 (suppressor).

    PERCHE’ SI ESEGUONO

    Si tratta di analisi per identificare la presenza o meno nell’organismo del virus HIV, per la diagnosi di sieropositività o di AIDS e per monitorare l’efficacia della cura prescritta. La diagnosi precoce è fondamentale per ottenere effetti positivi dal trattamento.

    COME SI FANNO

    Si tratta di semplici esami del sangue per la cui esecuzione è consigliabile il digiuno. L’assunzione di farmaci non altera il risultato anche se è sempre consigliabile che il medico sia informato di quali medicinali si stanno prendendo per avere una visione globale de suo stato di salute.

    COSA SIGNIFICANO

    Anticorpi anti-HIV: è una analisi di screening che non inquadra, però, il periodo finestra (che dura da 15 giorni fino 6 mesi) perché in questa fase non sono ancora presenti gli anticorpi.

    Se il risultato è presente o positivo significa che la persona è venuta a contatto con il virus, ma potrebbe non avere contratto la malattia. Per questo è consigliabile eseguire il test di conferma (o di Western Blot).

    Test di conferma o di Western Blot:

    Se il risultato è presente o positivo significa che la persona ha contratto la malattia, quindi, è infetta ed infettante. Questo test non solo conferma la sieropositività, ma, in più, suddivide i vari tipi di anticorpi presenti, che è molto importante per stabilire la cura e per un inquadramento generale dell’evoluzione della malattia.

    Test di biologia molecolare:

    Se il risultato è presente o positivo significa che la persona è venuta a contatto con il virus e l’importanza di questo esame risiede nel fatto che individua la presenza dell’HIV fin dal periodo finestra.

    Conteggio dei linfociti CD4 e CD8:

    questa analisi è utile per verificare che si mantenga il loro equilibrio nel sangue (rappresentano il sistema immunitario di una persona, in particolare i CD4 producono gli anticorpi quando riconoscono un agente estraneo all’organismo e i CD8 concludono l’azione di difesa quando il pericolo è stato debellato), in particolare serve per monitorare l’efficacia della cura. Se i linfociti CD4 (gli helper) si abbassano significa che il virus li sta annientando prendendo piede.

Influenza (test)
Intolleranze alimentari
Markers dell'epatite
  • L’analisi dei markers dell’epatite, quindi la valutazione degli anticorpi presenti nel sangue, chiamati Ab, permette di conoscere se una persona è venuta a contatto con il virus dell’epatite in passato o se ha una infezione acuta in corso.

    Esistono diverse forme di epatite e, quindi, diversi tipi di analisi per sapere se si è stati contagiati:

    • Anticorpi antiepatite A di tipo IgG-IgM
    • Anticorpi antiepatite A di tipo IgM
    • Anticorpi antiepatite B di tipo HBc
    • Anticorpi antiepatite B di tipo HBc IgM
    • Anticorpi antiepatite B di tipo Hbe
    • Anticorpi antiepatite B di tipo HBs
    • Anticorpi antiepatite C

    PERCHE’ SI ESEGUONO

    Queste analisi vengono eseguite per diagnosticare la presenza o meno di anticorpi antiepatite nel sangue e sono utili nel caso in cui si abbia un dubbio di aver contratto la malattia oppure nel caso in cui ci si voglia vaccinare. In particolare:

    Anticorpi antiepatite A di tipo IgG-IgM: è utile per osservare se la persona è venuta a contatto con il virus dell’epatite A.
    Anticorpi antiepatite A di tipo IgM: è utile per diagnosticare se l’infezione è acuta, cioè in atto.
    Anticorpi antiepatite B di tipo HBc, HBc JgM, Hbe e Hbs: sono analisi che, viste globalmente, permettono di diagnosticare se la persona è venuta o meno in contatto con il virus dell’epatite B e se si trova in una fase acuta, di convalescenza o di guarigione.
    Anticorpi antiepatite C: è una analisi che permette di diagnosticare se lapersona ha contratto il virus dell’epatite C in passato o attualmente.

    COME SI FANNO

    Si tratta di analisi di laboratorio che consistono in un semplice prelievo di sangue e che non richiedono alcuna specifica preparazione, anche se il digiuno è consigliato. L’assunzione di farmaci non influenza l’esito dell’analisi.

    COSA SIGNIFICANO

    ANTICORPI ANTIEPATITE A di tipo IgG-IgM:

    Se il risultato dell’analisi è presente o positivo significa che la persona ha contratto il virus dell’epatite A. In questo caso se l’analisi degli anticorpi antiepatite Adi tipo IgM è negativa, significa che ha contratto il virus in passato, ma adesso la malattia non è in atto, ormai ne è immune (infatti, mentre gli anticorpi di tipo IgG sono presenti nel sangue per l’intera durata della vita di una persona, quelli di tipo IgM sono presenti solo per alcune settimane).

    ANTICORPI ANTIEPATITE B di tipo HBc:

    sono i primi anticorpi che compaiono quando si contrae il virus, poi compaiono gli Hbe e, infine, gli HBs. Se questo non avviene, cioè il meccanismo in un certo senso si inceppa in questa
    prima fase, la persona guarisce, ma rimane un “portatore sano” dell’infezione.

    Se il risultato è presente o positivo, la persona si potrebbe trovare in una fase acuta (se gli HBc IgM sono positivi), oppure in uno stato di convalescenza (se gli Hbe sono positivi) o di guarigione (se anche gli HBs sono positivi).

    ANTICORPI ANTIEPATITE B di tipo HBc IgM:

    Se il risultato è presente o positivo significa che l’infezione è in corso.

    ANTICORPI ANTIEPATITE B di tipo Hbe:

    sono gli anticorpi che compaiono al termine della fase acuta dell’infezione, quindi dopo gli HBc.

    Se l’analisi risulta assente o negativa, e anche le altre analisi degli anticorpi antiepatite B risultano assenti o negative la persona non ha mai contratto il virus dell’epatite B. Se, invece, gli HBc sono positivi, significa che non si è ancora entrati nella fase di convalescenza.
    Se il risultato è presente o positivo, è un dato favorevole, significa che la persona si trova nella fase di convalescenza dal virus (a meno che anche le HBs siano positive e allora si trova nella fase di guarigione).

    ANTICORPI ANTIEPATITE B di tipo HBs:

    sono gli anticorpi che compaiono per ultimi durante il decorso dell’infezione, dopo gli HBc e dopo gli Hbe.

    Se il risultato è assente o negativo e anche le altre analisi degli anticorpi antiepatite B sono negative, significa che la persona non è mai venuta a contatto con il virus. Se, invece, gli HBc e gli Hbe sono positivi, significa che non si è ancora guariti dall’infezione e si è nella fase di convalescenza.
    Se il risultato è presente o positivo e le altre analisi di anticorpi antiepatite B (di tipo HBe e HBc) sono negative, probabilmente questa persona ha contratto il virus dell’epatite B molti anni prima e conseguentemente ha perso gli HBc oppure si è vaccinata contro questo virus e non si è infettata direttamente, per cui non ha mai sviluppato gli HBc (che a loro
    volta, se presenti, producono gli HBe). Se, invece, anche gli HBc e gli HBe sono positivi, significa che la persona è entrata nella fase di guarigione e non è più infettiva.

    ANTICORPI ANTIEPATITE C:

    Se il risultato è assente o negativo, la persona non ha mai contratto il virus dell’epatite C.
    Se il risultato è presente o positivo, significa che la persona è venuta in contatto con il virus dell’epatite C, infezione che può essere stata contratta in passato oppure può essere ancora in corso.

Markers Tumorali
  • La presenza di un tumore nell’organismo può essere rivelata attraverso il dosaggio di particolari sostanze presenti nel sangue. Nessuna di queste analisi, però, può essere utilizzata come strumento di prevenzione o di screening, ma solo per rafforzare o confermare una diagnosi.

    I markers tumorali sono:

    CEA (antigene carcino-embrionario)
    I mucinici, in particolare il CA125, il CA19-9, il CA15-3
    Il TPA (antigene polipeptidico tessutale).

    PERCHE’ SI ESEGUONO

    Si tratta di analisi prescritte dal medico (oncologo generalmente) che possono essere utili per diagnosticare se la persona soffre di un tumore (ma si deve tenere presente che non sono analisi che indicano esclusivamente la presenza di un tumore) o per il monitoraggio della malattia, anzi, sono soprattutto utilizzate per questa finalità ed aiutano a valutare se il trattamento è efficace. Se, infatti, dovessero risultare alterate, è opportuno modificare la cura per combattere la malattia. In particolare:

    CEA (antigene carcino-embrionario) è una proteina che in passato si pensava fosse associata solo alla diagnosi di tumore dell’intestino, oggi, invece, si è scoperto che è associata anche ad altri tipi di tumori come quello della mammella, del polmone, dell’ovaio, dell’utero e del pancreas. Una sua alterazione, però, può essere causata anche da altre malattie non tumorali come la bronchite cronica, la tubercolosi, la cirrosi epatica, la colite ulcerosa e la pancreatite e anche in alcune persone sane, ma che fumano molto.

    CA125 è un marcatore del tumore dell’ovaio. Non è precoce e serve, soprattutto, per verificare l’andamento delle cure.

    CA19-9 è legato al tumore all’intestino (e ad altre malattie non tumorali come la pancreatite, la fibrosi cistica, la colite ulcerosa), ma soprattutto è associato al tumore del pancreas. Anche questa analisi non è di tipo precoce.

    CA 15-3, aumenta nei tumori della mammella.

    TPA (antigene polipeptidico tessutale) è un marcatore totalmente aspecifico, cioè aumenta in numerose malattie tumorali o infiammatorie ed esprime la velocità del ricambio cellulare (la produzione di cellule), quindi aiuta il medico a valutare quando esiste il rischio che il tumore progredisca velocemente.

    COME SI FANNO

    Si tratta di analisi di laboratorio che consistono in un semplice prelievo di sangue e che richiedono il digiuno per evitare che il cibo interferisca con il risultato. L’assunzione di farmaci non influenza l’esito dell’analisi, fatta eccezione per quelli specifici per la cura dei tumori.

    COSA SIGNIFICANO

    CEA:

    Se il risultato è più alto del normale, il medico consiglierà gli approfondimenti del caso per valutare se si tratta di una malattia tumorale o meno (se si tratta di tumore, più il CEA è alto, più il tumore è sviluppato). Se, invece, sono analisi eseguite come monitoraggio di una cura per contrastare un tumore, una sua alterazione indica che i trattamenti non sono efficaci e devono essere modificati.

    CA 125:

    Se il risultato è più alto del normale, il medico consiglierà gli approfondimenti opportuni per valutare se si tratta di un tumore. Se, invece, sono analisi eseguite come monitoraggio di una cura per contrastare un tumore, significa che la persona non risponde ai trattamenti che, quindi, devono essere cambiati.

    CA 19-9:

    Se il risultato è più alto del valore normale, il medico si comporterà nello stesso modo di una alterazione del CA 125 o del CA 15-3.

    CA 15-3:

    Se il risultato è più alto del valore normale, il medico si comporterà nello stesso modo di una alterazione del CA 125 o del CA 19-9.

    TPA:

    Se il risultato è più alto del normale, ma abbastanza vicino al valore di riferimento, indica che il ricambio cellulare è basso, se, invece, il TPA è alto, il ricambio e la produzione è veloce e l’indice è sfavorevole perché significa che si sviluppano delle cellule malate in modo rapido e si diffondono nell’organismo. Per questo all’analisi è sempre associato il CEA, che esprime la presenza di una massa tumorale. Se, infatti, il CEA è molto alto e il TPA basso, significa che la massa tumorale è grossa, ma non si sviluppa in modo veloce, mentre, al contrario, un CEA basso e un TPA alto significa che la massa tumorale è piccola, ma la produzione di cellule è veloce e, quindi, è più preoccupante.

Mononucleosi

La mononucleosi è una malattia infettiva causata da un virus appartenente alla famiglia degli Herpes Virus e frequente soprattutto nei ragazzi giovani. Questa infezione provoca un malessere generale dell’organismo e non è particolarmente pericolosa, ma vi sono casi in cui la situazione può aggravarsi, soprattutto se il virus colpisce una persona adulta. Per questo è importante una sua diagnosi precoce che avviene tramite tre tipi di analisi:

  • Il Monotest
  • La reazione di Paul Bunnel
  • Gli anticorpi antivirus di Epstein-Barr IgG e IgM

PERCHE’ SI ESEGUONO

La diagnosi di mononucleosi per il medico è difficile perché i segnali non sempre sono chiari ed evidenti, soprattutto se colpisce i bambini piccoli (la malattia, infatti, può apparire come una semplice influenza). Queste analisi ne danno, così, la conferma. Comunque, generalmente non vengono prescritte da sole, ma insieme all’esame emocromocitometrico per l’analisi al microscopio dei globuli bianchi (che in presenza di questa malattia appaiono “molto grossi” e si chiamano “virociti” o “linfociti attivati”) e delle transaminasi (che in presenza di mononucleosi potrebbero risultare alte, anche se solo transitoriamente).

COME SI FANNO

Si tratta di analisi di laboratorio che consistono in un normale prelievo di sangue e che non richiedono alcuna specifica preparazione tranne il digiuno. L’assunzione di farmaci non influenza l’esito dell’analisi, ma è sempre importante segnalare al proprio medico quale tipo di prodotti si sta prendendo, soprattutto in presenza di alterazioni degli esami, in modo che possa prendere in considerazione globalmente lo stato di salute della persona.

COSA SIGNIFICANO

Monotest: il virus della mononucleosi non è presente nel sangue se il test risulta negativo o assente, mentre è presente se risulta positivoo presente. Questa analisi, però, non è precisa, quindi, anche se il risultato è negativo è sempre consigliabile approfondire la situazione con la ricerca degli anticorpi specifici di Epstein-Barr. Se, invece, il risultato è positivo, generalmente si approfondisce eseguendo la reazione di Paul Bunnel per averne la conferma.

Reazione di Paul Bunnel: il virus della mononucleosi non è presente nel sangue se il test risulta negativo o assente, mentre è presente se risulta positivo o presente. Generalmente è una analisi che indica che la malattia si trova nella fase acuta.

Anticorpi antivirus di Epstein-Barr IgG e IgM: la ricerca degli anticorpi IgG e IgM può presentare diversi casi:

Se sia gli anticorpi IgG, sia gli anticorpi IgM risultano negativi significa che non si è contratta la mononucleosi. Se nonostante questo, però, l’esame emocromocitometrico presenta i linfociti attivati, caratteristici di questa infezione, può, in realtà, trattarsi di Cytomegalovirus, un virus non particolarmente pericoloso a meno che non venga contratto in gravidanza (per i danni che potrebbe provocare sul feto).
Se sia gli anticorpi IgG, sia gli anticorpi IgM risultano positivi presenti, significa che la mononucleosi è in corso e si trova nella fase acuta. In questo caso generalmente anche il Monotest e la reazione di Paul Bunnel sono positivi.
Se gli anticorpi IgG sono negativi, mentre gli anticorpi IgM sono positivi, la malattia si trova nella fase acuta, presumibilmente nella prima-terza settimana di malattia. Anche in questo caso il Monotest e la reazione di Paul Bunnel dovrebbero risultare positivi.
Se gli anticorpi IgG sono positivi e gli anticorpi IgM sono negativi, significa che la persona è in una fase di convalescenza della malattia e ha passato la fase acuta. Questa situazione persiste anche per moltissimo tempo dopo aver contratto la malattia perché gli anticorpi IgG si mantengono nel tempo mentre gli anticorpi IgM scompaiono con la guarigione.

PAP TEST
  • Il Pap test, o test di Papanicolau, è un esame microscopico delle cellule della vagina e del collo dell’utero fondamentale per la diagnosi precoce del carcinoma del collo dell’utero, un tumore di natura maligna.

    PERCHE’ SI ESEGUE

    Il Pap test è un esame di screening che ha la funzione di valutare la normalità delle cellule del collo dell’utero o, al contrario, di individuare le donne affette da lesioni non ancora di tipo tumorale, ma che sono da tenere sotto controllo. Per questo è consigliabile che questo esame venga effettuato, di routine, almeno una volta all’anno. Allo stesso tempo, il Pap test risulta un esame utile perché evidenzia anche la presenza di infiammazioni o alterazioni meno gravi, non di tipo tumorale, ma da trattare con terapia farmacologia o chirurgica a seconda delle cause. Queste infiammazioni o alterazioni possono essere dovute a:

    • Funghi (per esempio, la Candida)
    • Batteri (per esempio, la Gardnerella)
    • Virus (per esempio, il Papilloma Virus o HPV)
    • Trichomonas, un protozoo che provoca infiammazione
    • altri tipi di lesioni intra-epiteliali.

    COME SI FA

    Il Pap test si svolge nel corso di una visita ginecologica prelevando del secreto vaginale (le cellule). Il medico mette in evidenza il collo dell’utero mediante l’uso di uno speculum, lo strumento utilizzato dal ginecologo per divaricare la vagina e con una piccola spatola preleva il secreto vaginale strisciandolo, così, su un vetrino (che verrà letto dal citologo). Si tratta di un prelievo semplice ed indolore. Al materiale prelevato viene allegata una scheda informativa con i dati della persona. L’esame può essere eseguito tutti i giorni, ad eccezione di quelli del periodo mestruale, e preferibilmente a metà del ciclo, cioè dalla decima alla quattordicesima giornata.

    Prima di effettuare l’esame è bene seguire queste indicazioni:

    Non sottoporsi a lavande vaginali interne nelle ventiquattro ore precedenti il prelievo perché il Pap test potrebbe non risultare attendibile.

    Sospendere eventuali trattamenti con ovuli o candelette almeno quarantotto ore prima del prelievo perché, anche in questo caso, il Pap test potrebbe risultare alterato e, quindi, non attendibile.

    Evitare i rapporti sessuali nelle ventiquattro ore precedenti perché la presenza di spermatozoi sul vetrino potrebbe intralciare la nitida lettura delle cellule al microscopio.

    COSA SIGNIFICA

    Il risultato dell’esame è un referto medico, cioè un documento in cui il citologo descrive quello che osserva nelle cellule durante la lettura al microscopio dello striscio vaginale. Per la refertazione viene utilizzato il sistema Bethesda (TBS), che è stato elaborato al fine di stabilire una terminologia diagnostica uniforme per tutti i laboratori. Il referto può essere:

    Negativo. significa che le cellule sono nella normalità.

    Negativo con alterazione cellulare dovuta a stati infiammatori: si è in presenza di una infiammazione di lieve entità, non preoccupante, come funghi, batteri (e in base alla loro forma viene specificato il tipo) oppure una infiammazione da Trichomonas o da Herpes.

    Lesioni squamose intra-epiteliali di basso grado: si è in presenza di una lesione, ancora non preoccupante, ma da tenere sotto controllo. In questo caso rientrano il virus da HPV (o Papilloma virus), che è un precursore del tumore del collo dell’utero, e le displasie lievi, cioè le lesioni del collo dell’utero non ancora di tipo tumorale, ma con una potenzialità, anche se bassa, di evolversi in direzione tumorale. Il riconoscimento e trattamento immediato di queste lesioni permette di impedirne la degenerazione.

    Lesioni squamose intra-epiteliali di medio-alto grado: si tratta di lesioni delle cellule del collo dell’utero gravi, in cui la displasia è da tenere monitorata (effettuando controlli ravvicinati nel tempo, per esempio, o interventi chirurgici limitati) oppure di un “carcinoma in situ”, un tumore maligno confinato ancora agli strati epiteliali, che, quindi, non ha invaso gli strati sottostanti.

    Carcinoma spino-cellulare o adenocarcinoma: è la diagnosi di tumore al collo dell’utero. Il primo tipo, spino-cellulare, riguarda la cervice che è la porzione del collo dell’utero che sporge in vagina e si collega al corpo dell’utero tramite il canale cervicale, mentre il secondo termine, adenocarcinoma, indica il tumore del canale dell’utero.

Prolattina

La prolattina è un ormone prodotto dall’ipofisi, la ghiandola posta alla base del cervello che produce ormoni che hanno la capacità, a distanza, di stimolare altre ghiandole a loro volta produttrici di altri ormoni. Il compito principale di questo ormone è quello di mantenere la produzione di latte nella donna dopo il parto per allattare il proprio bambino. Inoltre, è un ormone che, associato ad altri ormoni, regola il ciclo mestruale nella donna. Questo significa che una iperprolattinemia, cioè una quantità troppo alta di prolattina, può causare una irregolarità o, addirittura, una scomparsa del ciclo mestruale.

PERCHE’ SI ESEGUE

L’analisi viene consigliata in presenza di un ciclo mestruale irregolare o assente (cosiddetta amenorrea), che può comportare anche mancanza di ovulazione, al fine di indagare il corretto funzionamento della ghiandola ipofisaria nella donna. L’analisi generalmente viene prescritta insieme all’indagine di altri ormoni legati alla regolazione del ciclo mestruale quali il dosaggio degli ormoni FSH, LH, progesterone e estradiolo.

COME SI FA

Si tratta di un semplice prelievo di sangue. Siccome la prolattina è un ormone che viene influenzato dallo stress, anche durante il prelievo è essenziale che la donna non subisca alcun tipo di ansia. Per questo, eventualmente la donna viene fatta sdraiare su un lettino dove viene eseguito il prelievo.

Nel caso di iperprolattinemia, cioè di prolattina alta, può essere necessario ripetere il prelievo per tre volte consecutive a distanza di quindici-venti minuti l’una dall’altra, senza cambiare l’ago, mantenendo la persona distesa, per verificare che lo stress non abbia influenzato il risultato.

Per eseguire l’esame è preferibile essere a digiuno, ma senza esagerare perché un digiuno protratto può provocare stress per la persona e, quindi, comportare un aumento della prolattina. I farmaci non influiscono sul risultato, tranne alcuni tipi come i tranquillanti.

COSA SIGNIFICA

Se il valore della prolattina aumenta oltre il valore normale e la donna non aspetta un bambino, è indice di una iperprolattinemia. E’ importate ripetere l’esame altre due volte a distanza di quindici-venti minuti per escludere l’ipotesi che sia dovuta a stress. Se anche i prelievi successivi sono alterati, l’anomalia potrebbe essere causata da un trattamento con farmaci tranquillanti (che possono indurre aumenti di prolattina) oppure dalla presenza di un malfunzionamento della ghiandola ipofisaria, o, ancora, dalla presenza di un microadenoma (tumore benigno delle cellule dell’ipofisi). Generalmente, dopo il risultato di iperprolattinemia, si consiglia di eseguire una prova di stimolazione della prolattina con alcuni farmaci (come il TRH, Thyrotropin Releasing Hormone): se a seguito di questa stimolazione l’ipofisi produce prolattina e, quindi, il risultato si innalza di almeno il triplo rispetto ai risultati precedenti, l’iperprolattinemia è causata da stress e si può escludere il tumore, se, invece, il risultato rimane uguale ai prelievi precedenti, può indicare la presenza di un microadenoma. Durante la gravidanza e dopo il parto è normale avere nel sangue una quantità di prolattina elevata e non ci si deve allarmare.

Se il valore della prolattina è basso siamo in presenza di una anomalia non rilevante

Ormoni androgeni

Nell’uomo i caratteri sessuali e lo sviluppo dei genitali sono determinati da un particolare ormone prodotto dai testicoli che si chiama testosterone.

Questo ormone lavora in concomitanza con un altro, secreto dalla ghiandola surrenale (una piccola ghiandola posta sopra il rene), chiamato deidroepiandrosterone o DHEA. Il testosterone, inoltre, è trasportato nel sangue da una proteina, la SHBG-Sex Hormone Binding Globulin, che è legata ad esso.

Esiste, però, anche una parte di testosterone non legata, che circola libera nel sangue e che è l’unica attiva nell’organismo. Se nell’organismo si verifica una eccessiva produzione di ormoni o, al contrario, una carenza, è necessario indagarne le cause.

Gli esami utili per diagnosticare l’ipogonadismo (carente produzione di ormoni) o l’ipergonadismo (eccessiva produzione di ormoni) sono:

  • Il dosaggio del testosterone totale nel sangue
  • Il dosaggio della parte libera di testosterone nel sangue chiamato testosterone free
  • Il dosaggio della SHBG-Sex Hormone Binding Globulin
  • Il dosaggio della quantità di DHEA nel sangue
  • L’analisi dei 17 chetosteroidi (17 KS) nelle urine. Questo esame, nonostante ancora oggi sia prescritto, è diventato ormai obsoleto perché sostituito dagli altri, che sono più precisi.

PERCHE’ SI ESEGUONO

Si tratta di analisi prescritte dal medico specialista in endocrinologia o in andrologia utili per diagnosticare se la persona soffre di una malattia che interessa le gonadi o l’ipofisi (perché produce una dose eccessiva di ormoni o, al contrario, una dose non sufficiente).

Gli ormoni androgeni, infatti, si trovano sotto il controllo dell’attività dell’ipofisi, per questo in alcuni casi un malfunzionamento di questa ghiandola (a causa, per esempio, di un tumore benigno) può provocare disfunzioni ormonali. Generalmente si tratta di analisi consigliate dal medico quando non compaiono i caratteri sessuali secondari nell’uomo e quando compare irsutismo nella donna (infatti, anche nella donna normalmente sono presenti ormoni maschili, ma in piccola parte).

COME SI FANNO

Si tratta di analisi di laboratorio che consistono in un semplice prelievo di sangue. Solo l’analisi dei 17 chetosteroidi (17 KS) viene fatta sulle urine delle ventiquattro ore. In questo caso, quindi, il campione con la raccolta fatta a casa viene consegnato al laboratorio. Il contenitore monouso può essere acquistato in farmacia oppure ritirato presso il laboratorio nel quale si intende far analizzare le urine. Si tratta di analisi che richiedono il digiuno per evitare che il cibo interferisca con il risultato (fatta eccezione per le urine il cui campione deve essere raccolto nelle ventiquattro ore). L’assunzione di farmaci non influenza l’esito dell’analisi, tranne quelli specifici per la cura delle disfunzioni ormonali. E’ consigliabile, quindi, avvisare sempre il medico di quali medicinali si sta prendendo.

COSA SIGNIFICANO

DOSAGGIO DEL TESTOSTERONE

Se il risultato è più alto dei valori normali, significa che la persona soffre di ipergonadismo, cioè di una elevata produzione di questi ormoni a causa, per esempio, di un tumore benigno all’ipofisi che ne stimola la produzione nei testicoli o di un malfunzionamento dei testicoli stessi.Nella donna, generalmente, una eccessiva produzione di questo ormone è causata da cisti alle ovaie.
Se il risultato, invece, è più basso rispetto ai valori normali, si tratta di ipogonadismo, cioè di una riduzione della funzionalità dei testicoli con conseguente carente produzione di ormoni, che può essere dovuta all’ipofisi o a un nodulo ai testicoli. Fra l’altro, anche assumere anabolizzanti inibisce la produzione di testosterone provocando impotenza.

DOSAGGIO DEL TESTOSTERONE FREE

Se il suo valore è più alto del normale, siamo di fronte a ipergonadismo.
Se il suo valore è più basso del normale, siamo in presenza di ipogonadismo.

DOSAGGIO DELLA SHBG-Sex Hormone Binding Globulin:

E’ una analisi di approfondimento che serve per avere chiaro il ruolo degli androgeni o degli estrogeni nell’organismo. E’ importante, più del risultato stesso, il suo rapporto con il testosterone totale perché 1’SHBG ne rappresenta la parte legata.

Generalmente il suo valore è alterato ed è molto alto quando la persona soffre di ipergonadismo legato a disfunzioni ormonali.
Un suo valore molto basso indica la presenza di un deficit di ormoni.

DOSAGGIO DELL’ORMONE DHEA-deidroepiandrosterone:

Se il risultato è più alto indica un malfunzionamento della ghiandola surrenale che scompensa l’equilibrio degli ormoni nell’organismo e provoca un ipergonadismo che, soprattutto nelle donne, causa irsutismo e acne.
Se il risultato è più basso del normale significa che la ghiandola surrenale produce pochi ormoni e anche in questo caso se ne deve indagare la motivazione (approfondire se è una disfunzione legata all’ipofisi o alla ghiandola surrenale stessa).

DOSAGGIO DEI 17 CHETOSTEROIDI (17 KS) NELLE URINE:

Se il risultato è più alto significa che vi sono malattie legate ad una eccessiva produzione di ormoni androgeni (testosterone e DHEA).
Se il risultato è più basso siamo in presenza di malattie legate ad una carente produzione di ormoni androgeni.

Ormoni Femminili

I dosaggi degli ormoni femminili sono utili per stabilire se vi sono alterazioni nella funzione delle ovaie con conseguente inibizione dell’ovulazione o
irregolarità o assenza di mestruazioni. Questi ormoni sono:

  • Ormone Follicolo Stimolante (FSH)
  • Estradiolo
  • Ormone Luteinizzante (LH)
  • Progesterone.

PERCHE’ SI ESEGUONO

Si tratta di analisi che generalmente vengono prescritte dal medico quando la donna sta cercando di avere un bambino e, dopo più di un anno, questo non arriva o nel caso di irregolarità mestruali, di ciclo doloroso o di mancanza di mestruazioni (chiamata amenorrea) o, ancora, nel caso si sospetti iperandrogenismo, cioè una eccessiva produzione di ormoni maschili rispetto a quelli femminili.

COME SI FANNO

Si tratta di analisi di laboratorio che consistono in un normale prelievo di sangue. Per verificare la funzionalità del ciclo ovulatorio, gli esami devono essere svolti in particolari momenti:

  • Ormone Follicolo Stimolante (FSH): il dosaggio deve essere eseguito soprattutto nella fase follicolare del ciclo (tra il 3 e il 5 giorno).
  • Estradiolo: l’analisi deve essere effettuata in due fasi del ciclo (prima fase e seconda fase).
  • Ormone Luteinizzante (LH): questo esame deve essere eseguito nella fase follicolare e nella fase luteale.
  • Progesterone: il prelievo di sangue deve essere fatto nella fase luteale (dopo il periodo in cui si pensa sia avvenuta l’ovulazione).

Per eseguire queste analisi non è necessario essere a digiuno, né seguire alcun tipo di preparazione. Anche i farmaci non influiscono sul risultato (a parte quelli di tipo ormonale), ma è sempre consigliabile informare il medico su quale tipo di medicinali si sta assumendo.

COSA SIGNIFICANO

Ormone Follicolo Stimolante (FSH): nella donna, in condizioni normali, i livelli di FSH nel sangue (prodotti dall’ipofisi), già piuttosto alti nella prima fase del ciclo rispetto alla seconda, fluttuano con un picco intorno al quattordicesimo giorno del ciclo, in corrispondenza dell’ovulazione.

  • Livelli bassi di FSH non sono preoccupanti.
  • Livelli molto alti, al di sopra della norma, si riscontrano, invece, se le ovaie non funzionano in modo corretto quando la donna è in età fertile (per esempio, si riscontrano in menopausa).

Estradiolo: è il più importante ormone prodotto dalle ovaie e dalla placenta e la sua analisi è utile per stabilire se le ovaie funzionano in modo corretto.

Valori anormali di estradiolo, in particolare livelli molto bassi, si riscontrano, per esempio, nella menopausa, nell’anoressia nervosa, nella pubertà e, in generale, in assenza di ovulazione.
Livelli piuttosto alti di estradiolo, invece, si riscontrano in corso di gravidanza perché è un ormone prodotto dalla placenta.

Ormone Luteinizzante (LH): anche questa è una proteina prodotta dall’ipofisi (come l’FSH), sotto il controllo dell’ipotalamo. In sinergia con l’FSH, l’LH porta a maturazione il follicolo delle ovaie determinando l’ovulazione e dando inizio alla fase luteale. Questa analisi è, quindi, utile per valutare la presenza di disturbi del ciclo mestruale oltre alla fertilità.

Un rapido innalzamento di LH preannuncia la rottura del follicolo ed il rilascio dell’uovo che può, così, essere fecondato.
Se i valori di LH, invece, sono bassi, il medico deve valutare il rapporto con gli altri ormoni, in particolare con l’FSH, per determinare la situazione.

Progesterone: è un ormone sessuale sintetizzato dalle ovaie e dal surrene.

Se il suo dosaggio è alterato rispetto ai valori normali, perché elevato, si crea un endometrio non adatto all’impianto dell’ovulo, con ghiandole scarse e atrofiche e con un muco troppo spesso e denso che rende difficile il passaggio dello sperma.
Se, invece, il progesterone viene prodotto in quantità non sufficiente si crea un deficit che porta la donna ad avere un ciclo mestruale anticipato, quindi irregolare, doloroso e molto abbondante o, addirittura, una emorragia e, per lo più, non avviene l’ovulazione.

Ormoni Tiroidei

La tiroide è una ghiandola posta alla base del collo la cui funzione principale è quella di produrre due tipi di ormoni, l’ormone tiroxina chiamato anche T4 e l’ormone triiodotironina chiamato anche T3. Questi ormoni lavorano insieme al mantenimento dell’equilibrio e della crescita del nostro organismo oltre che allo sviluppo dell’energia sotto forma di calore. Quando questi ormoni mancano si nota nell’organismo una tendenza allo “spegnimento” con una evidente sindrome da affaticamento (è il caso dell’ipotiroidismo) o, al contrario, se vengono prodotti in eccesso (è il caso dell’ipertiroidismo) con una grande, eccessiva, sferzata di energia.

Gli esami utili per diagnosticare l’ipotiroidismo (carente produzione di ormoni) o l’ipertiroidismo (eccessiva produzione di ormoni) sono:

Il dosaggio dell’ormone triiodotironina (T3) e dell’ormone tiroxina (T4) nel sangue
Il dosaggio della parte libera dell’ormone T3 e dell’ormone T4 chiamato rispettivamente FT3 (Free T3) e FT4 (Free T4)
L’analisi del TSH o ormone tireotropo
L’analisi degli anticorpi anti-tireoglobulina (anti-TG) o degli anticorpi antitireoperossidasi (anti-TPO) chiamati anche anti-microsomi.

 

PERCHE’ SI ESEGUONO

Si tratta di analisi generalmente prescritte dal medico per diagnosticare se la persona soffre di una malattia che interessa la tiroide e per trattarla con le cure opportune. Alle analisi di laboratorio spesso si affianca una ecografia alla tiroide come approfondimento.

 

COME SI FANNO

Si tratta di analisi di laboratorio che consistono in un semplice prelievo di sangue e che non richiedono alcuna specifica preparazione, fatta eccezione del digiuno che serve per evitare che il cibo interferisca con il risultato. L’assunzione di farmaci non influenza l’esito dell’analisi, tranne quelli specifici per la cura delle malattie della tiroide. Se si sta seguendo una cura, è consigliabile, quindi, avvisare il medico.

 

COSA SIGNIFICANO

DOSAGGIO DELL’ORMONE T3 (triiodotironina) E DOSAGGIO DELL’ORMONE T4 (tiroxina):

Se il risultato è più alto dei valori normali (generalmente per entrambi gli ormoni) significa che la persona soffre di ipertiroidismo, la cui forma più comune è il morbo di Basedow, una malattia che causa una elevata produzione di questi ormoni perché la tiroide è stimolata da anticorpi “impazziti” che la bersagliano. In altri casi può essere causato, invece,
da noduli alla tiroide.
Se il risultato, invece, è più basso rispetto ai valori normali, si tratta di ipotiroidismo, cioè di una riduzione della funzionalità della tiroide con conseguente carente produzione di ormoni. Molto spesso, però, i valori risultano nella norma anche se si soffre di ipotiroidismo. In ogni caso, questa malattia può essere presente fin dalla nascita, ma manifestarsi in
età adulta oppure può essere dovuta alla tiroidite di Hashimoto, cioè l’organismo in seguito ad una infezione della tiroide produce anticorpi contro questa ghiandola, che appare, così, ridotta di volume.

 

DOSAGGIO DELL’FT3 e DELL’FT4

sono esami molto sensibili e specifici, il cui valore non viene alterato da condizioni particolari in cui ci si trova, come, per esempio, una gravidanza in cui il valore dell’ormone T3, invece, può essere anomalo senza che vi sia, in realtà, un problema alla tiroide.

Se il loro valore è più alto del normale, significa che la persona soffre di ipertiroidismo.
Se il loro valore è più basso del normale, significa che la persona soffre di ipotiroidismo.

 

ANALISI DEL TSH O ORMONE TIREOTROPO:

Generalmente il suo valore è alterato ed è molto alto quando la persona soffre di ipotiroidismo. E’ un test molto sensibile in cui si possono osservare valori elevati ancor prima che siano diminuiti i valori dell’ormone T4.
Un suo valore molto basso indica la presenza di ipertiroidismo.

 

RICERCA DEGLI ANTICORPI ANTI-TIREOGLOBULINA (anti-TG) E ANTI-TIREOPEROSSIDASI (anti-TPO) [Chiamati anche anti-microsomi]:

Se il risultato di entrambi è nella norma o più basso significa che non vi sono malattie legate alla tiroide.
Se il risultato è più alto del normale significa che la persona soffre di tiroidite, in particolare questi anticorpi sono prevalentemente presenti quando la persona soffre di ipotiroidismo (e in questo caso il valore è di gran lunga sopra la norma) a causa di malattie come la tiroidite di Hashimoto o la presenza di un nodulo.

Prostatic Specific Antigen

Il PSA, Antigene Prostatico Specifico, è un esame che viene utilizzato per individuare precocemente gli uomini che possono sviluppare il carcinoma della prostata, uno dei più diffusi tumori maligni del sesso maschile.

PERCHE’ SI ESEGUE

Il PSA è una proteina presente nel sangue dell’uomo e che risulta essere elevata in presenza di tumore della prostata. E’ anche vero, però, che valori alti di PSA non sono immediatamente sinonimo di tumore della prostata. Il PSA, infatti, può aumentare anche in presenza di ipertrofia prostatica benigna o a causa di una infezione urinaria o in seguito a manovre o solleciti dell’apparato urinario per esempio, dovuti al posizionamento di un catetere. Se, comunque, i valori di PSA risultano elevati, in genere il laboratorio procede in automatico al calcolo del rapporto del PSA-totale con il PSA-free, cioè il PSA libero, analisi che viene eseguita sullo stesso siero già prelevato. Infatti, se il rapporto tra il PSA-totale e il PSA-free è ancora alterato, aumenta la probabilità che l’anomalia sia dovuta a tumore della prostata maligno e, quindi, il medico consiglierà ulteriori esami di approfondimento, come, per esempio, una ecografia transrettale e una biopsia, al fine di arrivare alla certezza della diagnosi. Per questo si tratta di un esame utile a titolo di prevenzione e consigliabile all’uomo una volta all’anno, dopo i quarantacinque anni, insieme alla visita urologica. Va ricordato che non esistono sintomi specifici del tumore del carcinoma della prostata, se non quelli dovuti all’ostruzione determinata dall’ingrossamento della ghiandola che è causa di indebolimento del getto delle urine, aumento della frequenza ad urinare sia di giorno che di notte e stimolo impellente ad urinare, sintomi che non sono distinguibili da quelli dell’ipertrofia prostatica benigna.

COME SI FA

Si tratta di un semplice prelievo di sangue in cui non è necessario il digiuno, anche se è consigliabile perchè in questo modo il siero è più fluido. Nelle ventiquattro ore precedenti l’esecuzione dell’analisi, è necessario non andare in bici o in motocicletta (il sellino, infatti, stimola la prostata), non avere rapporti sessuali o altri stimoli di alcun genere sulla prostata (per esempio l’esplorazione manuale rettale durante la visita dall’urologo). Tutto questo perchè se la ghiandola viene stimolata comincia a produrre PSA e, quindi, l’analisi potrebbe risultare falsata in eccesso.

COSA SIGNIFICA

Se il valore del PSA è inferiore al valore massimo, non vi è nulla da segnalare. Il PSA, infatti, viene prodotto normalmente dalla prostata, per cui un valore, anche se basso, di questa proteina è sempre presente nel sangue.
Se il suo valore è uguale o superiore al valore massimo, siamo in presenza di una anomalia che potrebbe essere causata da una infezione delle vie urinarie, ipertrofia prostatica benigna oppure dal più preoccupante carcinoma della prostata. Il laboratorio in automatico verifica questo valore eseguendo il PSA-free, cioè il PSA-libero, che è la quota di PSA che generalmente circola libero nel sangue. In caso di tumore maligno il rapporto tra PSAfree e PSAtotale risulta inferiore a 0,20 per cento, mentre, se si tratta di una malattia benigna della prostata, il rapporto è uguale o superiore a 0,20 per cento.

RAST e PRIST

Il Rast e il Prist sono esami del sangue utili per evidenziare se una persona soffre di allergia e per cercare di individuare verso quale sostanza specifica si è allergici.

PERCHE’ SI ESEGUONO

Si tratta di esami che vengono consigliati dal medico in presenza di sintomi che portano a pensare ad una manifestazione allergica.

COME SI FANNO

Il Rast e il Prist sono semplici prelievi di sangue. Per l’esecuzione di queste analisi non è necessaria alcuna specifica preparazione, né il digiuno.
Anche i farmaci, fatta eccezione per quelli antistaminici e il cortisone (utilizzati per neutralizzare i sintomi dell’allergia), non influiscono sul risultato, anche se è sempre opportuno che il medico sia a conoscenza di quali medicinali si sta prendendo.

COSA SIGNIFICANO

Prist test o IgE (immunoglobuline) totali:

Se il suo valore è più alto rispetto a quello normale, siamo in presenza di una anomalia che indica che questa persona soffre di allergia. A questo punto è consigliabile approfondire eseguendo il Rast per cercare di individuare la sostanza cui si è allergici.
Se il suo valore è normale, ma la persona presenta tutti i sintomi di una allergia in modo evidente, è consigliabile eseguire comunque il Rast perché in alcuni il Prist risulta normale, nonostante siano persone allergiche.

Rast test o IgE (immunoglobuline) specifiche:

con questo esame vengono ricercati nello specifico gli anticorpi verso determinate sostanze, per esempio si analizza se sono presenti gli anticorpi contro il polline, gli acari, la fragola, il latte, il legno, eccetera.

Se il valore della ricerca di un determinato allergene rimane normale, significa che non si è allergici a quella sostanza.
Se, invece, il suo valore è più alto rispetto a quello normale, si ha la certezza di essere allergici a quella sostanza. Inoltre, più il valore è alto, più l’allergia è forte. Si possono anche identificare più sostanze a cui si risulta allergici contemporaneamente.

Sideremia
  • Il ferro è un metallo presente nel nostro organismo, anzi, si tratta di un elemento essenziale per l’organismo umano perché serve per il trasporto dell’ossigeno nel sangue, per la moltiplicazione delle cellule e per costruire la struttura di tessuti ed organi. D’altra parte, però, se il ferro è in eccesso è tossico per l’organismo. Per questo motivo, ognuno di noi possiede un sistema per catturare il ferro dal mondo esterno (per esempio con una dieta ricca di alimenti che lo contengono) e utilizzarlo, tenendolo depositato nell’organismo in forma non eccessiva e, quindi, non tossica.

    La transferrina è la proteina che trasporta il ferro all’interno dell’organismo dall’intestino, dove viene assorbito, al midollo, dove vengono prodotti i globuli rossi, o agli organi di deposito (il fegato). In caso di necessità (carenza di ferro nel sangue) il fegato restituisce il ferro alla transferrina, che provvede al suo trasporto nel sangue.

    La ferritina è la proteina che svolge l’importantissima funzione di deposito del ferro nel fegato.

    PERCHE’ SI ESEGUONO

    Sono tre analisi diverse tra loro anche se collegate, ma che possono essere eseguite separatamente.

    L’esame del ferro (sideremia) è utile per osservare la quantità di ferro presente nel sangue, cioè per verificare che il suo assorbimento si svolga correttamente. Questa analisi, però, se presa singolarmente, non è sufficiente a dare una indicazione precisa. A volte, infatti, può capitare che, nonostante l’analisi del ferro dia un risultato nella norma, in realtà nell’organismo siano presenti piccole perdite di ferro che possono portare ad una anemia se si protraggono (per esempio, questa situazione può capitare ad una donna in gravidanza). E’ molto importante, quindi, eseguire anche l’analisi delle altre due proteine presenti nel sangue, la ferritina e la transferrina, in modo che il medico possa valutare in modo più preciso l’equilibrio del ferro nel sangue.

    Il dosaggio della ferritina consente di valutare il deposito di ferro presente nell’organismo, in modo molto preciso questa analisi indica se esiste una perdita di ferro. Bassi livelli di ferritina nel sangue, infatti, indicano l’assenza di ferro nei depositi, condizione che precede lo sviluppo dell’anemia. Alti livelli di ferritina, al contrario, indicano la possibile esistenza di un sovraccarico di ferro.

    Il dosaggio della transferrina misura la quantità di ferro presente nel sangue sotto forma di transferrina (una proteina la cui funzione è il trasporto del ferro). Se la transferrina ha valori anomali significa che l’assorbimento del ferro non funziona correttamente.

    COME SI FANNO

    Si tratta per tutte le analisi di un semplice prelievo di sangue. Il dosaggio del ferro e la transferrina devono essere eseguite a digiuno da almeno dodici ore, così il sangue è più fluido e l’analisi non è influenzata dalla dieta. La determinazione della ferritina, invece, è una analisi che non deve necessariamente essere eseguita a digiuno, anche se questo è consigliabile. I farmaci non influiscono sull’esito di questi esami, fatta eccezione se si sta seguendo una terapia a base di ferro, quindi, è sempre consigliabile che il medico ne sia a conoscenza.

    COSA SIGNIFICANO

    FERRO:

    Se il risultato è superiore al valore massimo, significa che vi è un eccessivo apporto di ferro nel sangue (cosiddetta ipersideremia) che può essere dovuto a malattie, come quelle legate al fegato, o a cause genetiche come, per esempio, l’emocromatosi, per cui la persona ha ereditato una abnorme capacità di assorbire il ferro che viene ingerito con gli alimenti e che, se non curata, potrebbe portare a una forma particolare di diabete o alla cirrosi.
    Se il risultato è inferiore alla norma (cosiddetta iposideremia), potrebbe trattarsi di anemia che può essere dovuta, per esempio, a mestruazioni abbondanti o a emorragie gastrointestinali.

    FERRITINA:

    Se il risultato è superiore ai valori normali è il segnale di una malattia ereditaria come l’emocromatosi (per cui il ferro viene assorbito in modo eccessivo) o, addirittura, può essere dovuto a talassemia, leucemia o ad altre malattie tumorali.

    Se il risultato è inferiore ai valori normali, nell’organismo esiste una perdita di ferro e non vi sono riserve, quindi, se ne deve approfondire il motivo per ripristinare i valori normali. Se i valori del ferro risultano molto bassi, ma la ferritina è normale, significa che vi sono ancora riserve sufficienti di ferro e non ci si deve allarmare.

V2
Talessemia

Le analisi utili per diagnosticare una malattia chiamata talassemia e l’esame del test di Coombs indiretto sono indagini consigliate dal medico in corso di gravidanza (o, per la prima analisi, anche quando una coppia sta programmando di concepire un bambino). Infatti, entrambe intendono mettere a conoscenza i futuri genitori degli eventuali rischi che potrebbero manifestarsi nel piccolo.

PERCHE’ SI ESEGUONO

Le analisi per diagnosticare la talassemia (oltre all’esame di routine dell’emocromo che è l’indagine che crea nel medico un primo sospetto) sono:

L’esame della resistenza osmotica delle emazie
L ‘elettroforesi dell’emoglobina.

Si tratta di analisi consigliate prima o durante la gravidanza in modo che i futuri genitori, soprattutto se entrambi “portatori di talassemia”, siano pronti all’eventualità di avere un figlio che soffre di questo disturbo. La talassemia, chiamata anche anemia mediterranea, infatti, è una malattia dei globuli rossi congenita, cioè presente fin dalla nascita, che viene trasmessa ereditariamente.
In pratica, i globuli rossi dei “portatori di talassemia” sono più poveri di emoglobina rispetto alla normalità, (l’emoglobina è la proteina che si trova all’interno dei globuli rossi e che trasporta l’ossigeno ai tessuti per farli sopravvivere). Se la talassemia è ereditata da entrambi i genitori (cioè entrambi ne soffrono) si chiama talassemia major, ma fortunatamente è piuttosto rara (come conseguenza, la persona è costretta a sottoporsi a continue trasfusioni e cure). Meno raro, invece, è il fatto che la talassemia sia ereditata da uno solo dei genitori (cioè uno solo ne soffre e l’altro no) e si chiama talassemia minor. Questa non è una vera malattia, ma, piuttosto, una condizione per cui la persona fabbrica dei globuli rossi carenti di emoglobina. Si hanno, così, tanti globuli rossi (al di sopra della norma) e poca emoglobina (sotto la norma) e i globuli rossi, che normalmente sono di una certa grandezza,
sono molto più piccoli (già dall’emocromo, in cui vengono studiati al microscopio, questa situazione è visibile).

Il test di Coombs indiretto, invece, risulta indispensabile nella donna in gravidanza nel caso in cui il sangue della madre sia di tipo Rh- (negativo) e il sangue del padre Rh+ (positivo). Se il bambino risulta di tipo Rh+ (positivo) alcuni globuli rossi del feto possono passare alla mamma attraverso la placenta e, quindi, potrebbero prodursi nell’organismo della donna degli
anticorpi che agiscono contro il sangue del bambino (che è ritenuto estraneo e, quindi, da combattere). Il problema si pone non tanto nella prima gravidanza in cui le difese della donna sono deboli, quanto, piuttosto, in quella successiva se il figlio risulta ancora Rh+ (positivo), perché gli anticorpi della mamma sono già presenti e, quando i globuli rossi del bambino passano nella donna attraverso la placenta, si scatena una reazione di difesa dell’organismo.
Gli anticorpi della mamma possono, infatti, a loro volta passare al feto attraverso la placenta e provocare una alterazione nei globuli rossi del bambino provocandogli una forte anemia. Per questo oggi, una volta nato il primo bambino con sangue di tipo Rh+ (positivo), si esegue una profilassi sulla mamma entro settantadue ore dalla nascita, cioè le si fa una iniezione
per rendere inattivi gli eventuali anticorpi e rendere possibile una eventuale seconda gravidanza con un bambino con sangue Rh+ (positivo) senza pericoli.
Non si verifica, invece, alcun problema se entrambi i genitori sono Rh-(negativi) oppure se la madre è Rh+ (positiva) e il padre Rh- (negativo) o se il futuro bambino è Rh- (negativo) perché non si innesca la produzione di anticorpi.

COME SI FANNO

Si tratta di analisi che consistono in un semplice prelievo di sangue. La resistenza osmotica delle emazie e l’elettroforesi dell’emoglobina sono esami che non devono necessariamente essere eseguiti a digiuno, il test di Coombs indiretto, invece, è preferibile che venga svolto a digiuno. L’assunzione di farmaci non influenza il risultato dell’analisi.

COSA SIGNIFICANO

RESISTENZA OSMOTICA DELLE EMAZIE

Se nel referto si trova l’indicazione “aumentata”, invece, dell’indicazione “normale”, significa che i globuli rossi resistono alla divisione cellulare molto più di quello che dovrebbe accadere nella normalità, quindi, la persona soffre di talassemia.

ELETTROFORESI DELL’EMOGLOBINA

la quantità di emoglobina di tipo A che si deve trovare nel siero per poter essere definita normale è del 10-40 per cento per il neonato e del 97-98 per cento nell’adulto rispetto all’emoglobina totale.

se la percentuale di emoglobina A è bassa, quasi assente, la persona soffre di talassemia.
se la percentuale di emoglobina Aè più alta del normale, la persona non soffre di talassemia e il risultato non ha significato dal punto di vista clinico.

TEST DI COOMBS INDIRETTO

Se nel referto l’indicazione è “presente” o “positiva”, significa che nel siero della donna si trovano anticorpi anti-Rh+ (positivi) e questo può provocare una eventuale alterazione dei globuli rossi nel bambino se si tratta di una seconda gravidanza.

Tampone faringeo

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Il tampone faringeo è un esame del cavo faringeo che ha il compito di diagnosticare le faringiti batteriche, principalmente causate dalla presenza dello Streptococco Betaemolitico di gruppo A, un batterio che si annida prevalentemente nella gola e che è una delle maggiori cause di irritazione.Se l’analisi del tampone faringeo risulta positiva, sullo stesso campione viene eseguito in automatico dal laboratorio l’antibiogramma, che serve per isolare il germe ed identificare il tipo di antibiotico necessario per debellarlo.

PERCHE’ SI ESEGUE

Il tampone faringeo viene richiesto dal medico se sospetta che vi sia in corso una faringo-tonsillite (una infiammazione che coinvolge la faringe e le tonsille) di tipo batterico. Le faringo-tonsilliti, infatti, nel 70/80 per cento dei casi sono provocate da virus e, quindi, non richiedono la terapia antibiotica, mentre solo in una minoranza di casi sono causate da batteri, principalmente dallo Streptococco Beta-emolitico di tipo A.

Questo germe, se non viene diagnosticato in modo rapido e in modo altrettanto veloce eliminato, può causare diversi disturbi fino, a distanza di diverso tempo, il cosiddetto reumatismo articolare acuto, una infiammazione che colpisce le articolazioni e, in modo particolare, quelle più grandi come le ginocchia o i gomiti. Inoltre, dal legame tra lo Streptococco Beta-emolitico di gruppo A e le difese immunitarie del nostro organismo, si creano sostanze chiamate immunocomplessi che possono colpire organi molto importanti come i reni e il cuore. Non a caso, anche a distanza di parecchio tempo dall’infezione alla gola, i reni possono manifestare una glomerulonefrite, un processo infiammatorio che può sfociare in una insufficienza renale riducendo il funzionamento del rene.

Per quanto riguarda il cuore, invece, l’aggressione ha come bersaglio le valvole, che possono venire danneggiate a tal punto da compromettere il funzionamento di questo organo. Il tampone faringeo, inoltre, può anche identificare la presenza dello Stafilococco Aureo, un batterio che si trova nella gola, ma che, per lo più, non comporta alcun fastidio e solo in alcuni casi può provocare faringiti acute.

COME SI FA

Il tampone faringeo consiste nel prelevare, mediante un bastoncino con in fondo del cotone (simile a un cotton fioc), una quantità di muco presente in fondo alla gola toccando le tonsille. La persona deve tenere la bocca spalancata e il medico, facendo uso di un abbassa-lingua, applica il bastoncino direttamente sulla sede interessata dall’infezione evitando il contatto con la lingua, il palato e le arcate dentarie perché il tampone deve essere imbevuto solo del muco che causa l’irritazione della gola senza subire altre contaminazioni. Questa operazione è assolutamente indolore e dura pochi secondi.

Il tampone faringeo non necessariamente deve essere eseguito a digiuno, anche se è preferibile, soprattutto per i bambini, perché un tampone faringeo, quando è eseguito bene, può indurre il riflesso del vomito. Inoltre, è indispensabile, per ottenere un risultato veritiero, che nel momento in cui si esegue il tampone la persona non stia già seguendo una terapia antibiotica perché l’analisi potrebbe risultare negativa anche quando, in realtà, non lo è.

COSA SIGNIFICA

Il risultato dell’analisi è un referto che può contenere due indicazioni:

Negativo: se l’irritazione alla gola non è provocata da batteri.
Positivo: se l’infezione è causata da batteri, principalmente dallo Streptococco Beta-emolitico di tipo A.

Tampone vaginale
  • Il tampone vaginale è una analisi prescritta dal medico per individuare eventuali infezioni che interessano la vagina o la cervice uterina (il collo dell’utero).

    Il tampone vaginale, in realtà, è un esame che può suddividersi in:

    – tampone vaginale vero e proprio

    – tampone cervicale

    – entrambi, sia il tampone vaginale, sia quello cervicale.

    E’ il medico ginecologo che, a seconda dei disturbi segnalati dalla donna e del riscontro che ha dall’osservazione durante la visita ginecologica, prescriverà una ricerca piuttosto che un’altra oppure entrambe.

    PERCHE’ SI ESEGUE

    Si tratta di esami che vengono consigliati dal medico specialista in ginecologia per pronunciare o meno una diagnosi di infezione. Non sono, quindi, esami di routine.

    COME SI FA

    Sia il tampone vaginale, sia il tampone cervicale sono analisi del secreto della mucosa della vagina (la parete che la riveste) raccolto dal medico ginecologo, durante la visita, con l’utilizzo di appositi bastoncini ovattati. Il secreto viene immediatamente strisciato su un vetrino e consegnato al laboratorio per la lettura. Questo passaggio serve per far in modo che i batteri che provocano l’infezione, se presenti, siano ben visibili al microscopio.

    Per l’esecuzione di queste analisi è necessaria una specifica preparazione e cioè:

    – Sospendere eventuali trattamenti con ovuli o candelette quarantotto ore prima del tampone

    – Non fare lavande vaginali interne nelle ventiquattro ore precedenti

    – Evitare bagni in vasca entro le ventiquattro ore precedenti

    – Evitare i rapporti sessuali nelle ventiquattro ore precedenti

    – Lasciar trascorrere almeno quattro giorni dall’ultima assunzione di medicinali antibiotici (che potrebbero portare ad un esito falsato, cioè indicare l’assenza di infezione quando, in realtà, questa è presente).

    Inoltre, non si può eseguire nel periodo mestruale.

    COSA SIGNIFICA

    L’esame del tampone è composto da più fasi. Inizialmente, si verifica che il pH della vagina sia acido, perché questo previene la formazione di infezioni (in genere il pH in condizioni di normalità è di circa 4.0). Successivamente, il laboratorio esegue una speciale colorazione del vetrino, chiamata colorazione di Gram, per vedere meglio al microscopio se sono presenti:

    • la giusta quantità di cellule
    • la giusta quantità di lattobacilli (normalmente presenti nella vagina)
    • i globuli bianchi (questo è un segnale di infezione)
    • se la flora batterica è alterata
    • la presenza di funghi
    • se è presente il Trychomonas, un parassita che provoca infezioni.

    Successivamente, il vetrino viene posto in coltura, per ricercare la presenza o meno di ulteriori agenti infettivi, in particolare, se l’infiammazione riguarda la vagina:

    • lo Streptococco Betaemolitico del gruppo B
    • lo Streptococco Betaemolitico del gruppo D
    • lo Stafilococco
    • la Gardnerella vaginalis, che provoca disturbi molti fastidiosi
    • altri tipi di batteri o funghi come la Candida.

    Se l’infiammazione riguarda principalmente la cervice, invece, il tampone ricerca la presenza o meno:

    • della Gonorrheae, anche se è una infezione ormai rara
    • della Chlamydia Trachomatis che, invece, è piuttosto frequente e in continuo aumento
    • dei Micoplasmi
    • dell’HPV (Human Papilloma Virus), preoccupante per le conseguenze in cui si può incorrere (può addirittura provocare il tumore della cervice uterina).
Test di coagulazione

I test di coagulazione sono analisi di laboratorio utili per monitorare l’attività di coagulazione del sangue, cioè il processo di arresto di una emorragia che si innesca a causa di una ferita più o meno grave. La coagulazione, in pratica, è un processo naturale che si verifica nel sangue di ogni persona: in caso di lesione che comporta fuoriuscita di sangue dalla ferita. La protrombina, una proteina presente nel sangue, si attiva e porta alla formazione del coagulo, che ha la funzione di arrestare o limitare la perdita di sangue. Se la lesione è lieve, non sempre è necessario l’intervento delle proteine, ma è sufficiente l’attività delle piastrine, che bloccano da subito la fuoriuscita di sangue.

Infatti, dopo una ferita che comporta una lesione della parete vascolare, si forma il cosiddetto “tappo emostatico” ad opera delle piastrine, che sono le prime ad accorrere sulla lesione per tamponare la fuoriuscita di sangue. Contemporaneamente, se necessario perché la ferita è più estesa, vengono attivati i fattori della coagulazione, cioè l’arrivo delle proteine per rinforzare il “tappo emostatico” fino alla trasformazione del fibrinogeno (un’altra proteina della coagulazione) in fibrina ad opera della protrombina. La fibrina stabilizza il “tappo emostatico” consolidando in modo definitivo il coagulo formatosi nella zona lesionata. Successivamente viene attivata la fibrinolisi, che ha il compito di sciogliere il coagulo, che viene così riassorbito, e, contemporaneamente, di avviare il processo di riparazione della ferita, al termine del quale si ricostituisce la parete con la sua normale struttura.

I principali esami di laboratorio per lo studio dell’attività di coagulazione del sangue, quindi, sono:

Il tempo di protrombina (o attività protrombinica) chiamato anche PT
Il tempo di tromboplastina parziale chiamato anche PTT

Entrambe queste analisi hanno sostituito l’ormai obsoleto esame del “tempo di coagulazione”, meno preciso e sensibile.

Il fibrinogeno

Inoltre, anche se non fanno parte dell’attività di coagulazione del sangue, anche le piastrine intervengono nel processo di arresto di una fuoriuscita di sangue, quindi, altri due esami risultano utili al medico per avere una visione globale di questo processo e sono:

Il conteggio delle piastrine.
Il tempo di emorragia (o tempo di stillicidio).

PERCHE’ SI ESEGUONO

I test della coagulazione vengono consigliati dal medico quando una persona deve sottoporsi ad un intervento chirurgico o vuole semplicemente conoscere il proprio stato di salute oppure per controllare la terapia anticoagulante quando una persona ha avuto malattie riconducibili ad una alterata coagulazione del sangue come l’infarto del miocardio o l’ictus cerebrale oppure per diagnosticare malattie legate alle piastrine o ai fattori delle coagulazione quando una persona evidenzia, per esempio, la comparsa frequente di ematomi. In particolare, se una persona deve sottoporsi ad un intervento chirurgico o conoscere il proprio stato di salute, è consigliabile che esegua tutte le analisi descritte. Quando, invece, una persona sta assumendo dei farmaci anticoagulanti di tipo cumarinico, che rendono, cioè, il sangue molto più fluido per ostacolare la formazione di trombi, perché ha avuto, per esempio, un infarto o un ictus, occorre monitorare il PT (il tempo di protrombina).

Se, infine, una persona sta assumendo farmaci anticoagulanti eparinici, cioè sta seguendo una terapia più blanda rispetto a quella dei cumarinici, è consigliabile eseguire il PTT (il tempo di protrombina parziale).

COME SI FANNO

Si tratta di un semplice prelievo di sangue. Le analisi possono essere eseguite insieme oppure separatamente a seconda della richiesta del medico e per eseguire l’esame non occorre essere a digiuno. I farmaci non influiscono sul risultato, tranne quelli a base di acido acetilsalicilico e i farmaci antinfiammatori in generale perchè riducono l’aggregazione piastrinica e ostacolano l’arresto di una emorragia. Proprio per questo, occorre informare il medico che esegue il prelievo che si stanno assumendo questi farmaci perché deve premere più a lungo sul punto del prelievo per fare in modo che si arresti la fuoriuscita di sangue causata dall’ago.

COSA SIGNIFICANO

TEMPO DI PROTROMBINA (PT):

può considerarsi normale quando il suo valore oscilla tra 1.5 e 5 I.N.R. (International Normalized Ratio).

Se il valore di PT è al di sotto di 1.5 I.N.R., l’anomalia potrebbe indicare un insufficiente apporto di vitamina K (indispensabile per la formazione di protrombina) nella dieta oppure un deficit della produzione di protrombina ad opera del fegato o una epatopatia oppure si sta seguendo una terapia a base di farmaci anticoagulanti.
Se il valore è più alto di 5 I.N.R., il sangue è troppo fluido e il medico rivaluterà la terapia anticoagulante.

TEMPO DI PROTROMBINA PARZIALE (PTT)

può considerarsi normale quando il suo valore oscilla tra lo zero e i 40 secondi di tempo necessario perché si formi il coagulo.

Se il tempo necessario perché si formi il coagulo di sangue è maggiore di 40 secondi siamo in presenza di un cattivo funzionamento del processo di coagulazione ad opera delle proteine, in particolare della fibrina.

FIBRINOGENO

Se il valore del fibrinogeno è più basso di quello normale, significa che l’organismo consuma i fattori della coagulazione anche in assenza di emorragie (cosiddetta “coagulazione intravascolare disseminata”). Questo processo spesso è innescato dalla leucemia.
Se il valore del fibrinogeno aumenta oltre il valore normale, è indice di una infiammazione che il medico deve approfondire.

CONTEGGIO DELLE PIASTRINE

è normale quando il valore è circa 150.000-250.000 piastrine nel sangue.

Se il loro valore aumenta, cosiddetta piastrinosi, l’individuo sta producendo troppe piastrine per cui è consigliabile rendere maggiormente fluido il sangue con farmaci a base di acido acetilsalicilico, soprattutto se le piastrine sono oltre il milione.
Se il valore è più basso del normale, cosiddetta piastrinopenia, potrebbe trattarsi di leucemia e potrebbero verificarsi emorragie spontanee.

TEMPO DI EMORRAGIA o TEMPO DI STILLICIDIO

può considerarsi normale quando l’arresto dell’emorragia avviene nel giro di 5 minuti, altrimenti si potrebbe avere una piastrinopenia o piastrinopatia, cioè una alterata funzionalità delle piastrine.

Transaminasi
  • Le transaminasi sono gruppi di enzimi di diversa natura presenti normalmente sia nelle cellule del fegato, sia, in minor quantità, nei muscoli, dove partecipano alla trasformazione degli amminoacidi in energia. Quando le cellule epatiche del fegato o le cellule dei muscoli sono danneggiate, le transaminasi si riversano nel sangue in maniera eccessiva.

    Le transaminasi principali sono la:

    Transaminasi glutammico-ossalacetica (SGOT) o aspartato-aminotransferasi (AST), presente soprattutto nei muscoli e nel miocardio.
    Transaminasi glutammico-piruvica (5 GPT) o alanina-aminotransferasi (ALT), presente soprattutto nelle cellule del fegato.

    PERCHE’ SI ESEGUONO

    Il dosaggio delle transaminasi viene utilizzato principalmente nella diagnosi di malattie legate al fegato, per valutarne la funzionalità, o di malattie legate al miocardio, sia a titolo preventivo, sia quando si sospetta un malfunzionamento o una lesione di questi organi.

    COME SI FANNO

    Si tratta di un semplice prelievo di sangue e devono essere eseguite a digiuno da almeno dodici ore in modo che il cibo non alteri il risultato.Le transaminasi SGOT e SGPT possono essere eseguite sia insieme sia separatamente a seconda della richiesta del medico. Molti farmaci interferiscono con il risultato, quindi, è sempre consigliabile informare il medico se si stanno
    assumendo medicine.

    COSA SIGNIFICANO

    TRANSAMINATI SGOT o AST:

    può considerarsi normale quando il suo valore oscilla tra 1.5 e 5 I.N.R. (International Normalized Ratio).

    Se il loro valore è più alto rispetto al normale, potrebbe indicare, per esempio, un infarto del miocardio o una alterazione muscolare (tra cui anche la distrofia muscolare, una malattia che colpisce i muscoli caratterizzata da un decorso continuo e progressivo che porta la persona che ne è colpita fino all’invalidità).
    Se il valore è più basso rispetto a quello normale, l’alterazione non è rilevante e, comunque, è raro che possa verificarsi.

    TRANSAMINASI SGPT o ALT:

    Se il loro valore è più alto rispetto al normale, potrebbe indicare la presenza di epatite virale acuta (generalmente in questo caso i valori sono molto alti, almeno 10 volte rispetto alla norma), epatite cronica, cirrosi epatica in fase florida, tumore del fegato (se i valori sono medio-alti) e steatosi epatica, cioè infiltrazione di grasso nel fegato a causa di una alimentazione scorretta, (se i valori sono un quadruplo rispetto al normale).
    Se il valore è più basso rispetto a quello normale, l’alterazione non è rilevante e, comunque, è raro che possa verificarsi.

    Il rapporto tra le due transaminasi è molto importante perchè generalmente viene indicata una lesione di tipo cardiologico come un infarto dei miocardio o una alterazione a livello muscolare quando siamo di fronte ad un aumento prevalente delle SGOT o AST rispetto alle SGPT o ALT, mentre, quando il fegato non funziona correttamente, si evidenzierà un innalzamento delle SGPT o ALT e in modo meno elevato un aumento delle SGOT o AST.

    Avere valori alti di transaminasi, però, non significa necessariamente avere problemi al fegato o un infarto del miocardio. Infatti, l’attività sportiva intensa, un affaticamento o una malattia muscolare innalzano il livello di questi enzimi nel sangue. Per questo motivo, gli esami delle transaminasi si dovrebbero eseguire non solo a digiuno, ma anche a riposo. Fra le cause epatiche più comuni di valori elevati di transaminasi si possono considerare l’alcol (in questo caso il valore delle SGOT è almeno il doppio rispetto al valore della SGPT), i farmaci, l’epatite, la steatosi epatica e l’emocromatosi (una malattia ereditaria in cui si accumula troppo ferro nel fegato con innalzamento dei livelli di ferritina, una proteina che si trova nel fegato).

    Quindi, non è il caso di allarmarsi immediatamente appena si osservano le transaminasi alte, ma è preferibile prima ripetere l’esame e, solo successivamente, se ancora alte, indagare meglio, su consiglio del medico.

Trigliceridi
  • I trigliceridi sono i grassi del sangue che derivano dall’alimentazione, infatti aumentano per lo più nel caso in cui la dieta sia troppo ricca di carboidrati (zuccheri) e di lipidi (grassi). I trigliceridi costituiscono gli elementi che formano il grasso corporeo e rappresentano il principale tipo di grasso presente nelle riserve energetiche dell’organismo, la fonte dove viene attinta l’energia per l’organismo. I trigliceridi rimangono nel sangue temporaneamente e, attraverso il sangue, vengono diffusi agli organi che devono utilizzarli come i muscoli (per produrre energia), il tessuto adiposo e il fegato, che li trasforma in altre sostanze. Quando i trigliceridi sono in eccesso, gli organi non riescono ad utilizzarli completamente, così la quantità che abbonda viene nuovamente immessa nel sangue dove può combinarsi con altre sostanze e formare le placche che ostruiscono le arterie causando malattie cardiovascolari. Il fegato, poi, quando i trigliceridi sono troppi, li trasforma in colesterolo, fattore di rischio per il cuore.

    PERCHE’ SI ESEGUE

    L’analisi viene eseguita come esame di routine, di controllo, perché l’aumento dei trigliceridi rappresenta un importante fattore di rischio per l’aterosclerosi e incide sulle malattie del cuore e sul diabete. Associato a questo esame è consigliabile eseguire anche l’analisi del colesterolo totale, colesterolo HDL e colesterolo LDL, esami strettamente connessi a quello dei trigliceridi. Se, infatti, anche questi valori sono alterati, i fattori di rischio aumentano.

    COME SI FA

    Si tratta di un semplice prelievo di sangue. Per eseguire l’esame dei trigliceridi è necessario essere a digiuno da otto ore al fine di evitare che l’alimentazione, così strettamente legata all’analisi, influisca sul risultato alterando il normale equilibrio del sangue. Per sicurezza, nel caso in cui i valori siano notevolmente aumentati, è consigliabile ripetere l’esame dopo un digiuno di quindici ore (e non solo di otto ore) per essere certi che la dieta non influisca in modo determinante sull’analisi. E’ sempre consigliabile, inoltre, informare il medico su quale tipo di medicinali si sta assumendo in modo che possa avere una valutazione globale dello stato di salute della persona (per esempio, il valore dei trigliceridi aumenta se si sta prendendo la pillola anticoncezionale o alcuni medicinali diuretici).

    COSA SIGNIFICA

    Se il valore e’ piu’ alto del normale, potrebbe essere associato ad una dieta sbilanciata perché vengono ingeriti troppi zuccheri o grassi (come, per esempio, burro, olio, grasso dei salumi e della carne, dolci), ma può anche essere il segnale di malattie più preoccupanti, come l’ipertiroidismo (eccessiva produzione di ormone tiroideo) o diabete mellito mal controllato (alterazione nel metabolismo degli zuccheri). Anche l’assunzione regolare di anticoncezionali orali (la pillola) determina spesso un aumento dei trigliceridi.

    Se il valore e’ piu’ basso del normale, l’alterazione puo’ essere causata da una malnutrizione, cioe’ da una dieta con pochi zuccheri o grassi.

Trombofilia genetica
Urine (esame)
  • E’ un’esame di laboratorio che ha origine addirittura nel Medioevo e che risulta ancora oggi molto utile per l’esame chimico, fisico e microscopico delle urine.

    PERCHE’ SI ESEGUE

    L’esame delle urine è il principale esame da prescrivere in una persona in cui si sospetti una malattia dell’apparato urinario e dei reni, ma risulta utile anche in numerose altre situazioni patologiche, come il diabete, le malattie del fegato, eccetera.

    COME SI FA

    Il campione di urina deve essere prelevato preferibilmente di primo mattino, anche se non ci sono controindicazioni al fatto che venga prelevato in altri orari, a digiuno oppure dopo aver mangiato, le urine, infatti, non sono influenzate dal cibo. Anche i farmaci non influiscono sull’esito dell’esame, ma se si sta seguendo una terapia con antibiotici o disinfettanti, è opportuno avvisare il medico che deve analizzare il campione perché questi farmaci influiscono sul colore delle urine: con gli antibiotici le urine diventano blu, mentre con i disinfettanti diventano arancioni. Il contenitore monouso per le urine viene fornito direttamente dal laboratorio di analisi quando si effettua l’esame oppure può essere acquistato in farmacia.

    COSA SIGNIFICA

    L’esame delle urine valuta diversi indicatori che vengono elaborati in automatico grazie ad attrezzature specifiche e successivamente l’analisi viene completata con l’esame al microscopio.

    Colore: il colore normale delle urine è “giallo paglierino”. Questo colore è dovuto ad un pigmento chiamato “urocromo” presente nelle urine.

    Se il colore è diverso dal “giallo paglierino” e diventa giallo carico può essere dovuto a stati febbrili oppure al fatto che le urine sono fortemente concentrate perché si beve poco.
    Se il colore è “marsala” potrebbe essere causato da malattie del fegato per la presenza di pigmenti biliari.
    Se le urine sono color “lavatura di carne”, cioè quasi marrone, significa che nelle urine è presente del sangue, la cosiddetta ematuria, e potrebbe essere in corso una emorragia lungo il decorso delle vie urinarie.
    Se l’urina è incolore o “giallo citrino”, significa che sono stati assunti molti liquidi ed è un colore normale.

    Aspetto: l’aspetto normale delle urine è limpido.

    Se diventa torbido, può essere dovuto a presenza di sangue nelle urine (cosiddetta ematuria) o di globuli bianchi (cosiddetta piuria). Il tutto può far supporre la presenza di una malattia renale.

    Acidità (pH): il valore normale del pH delle urine è 6, cioè le urine, nella normalità, sono lievemente acide.

    Una dieta di tipo vegetariano può provocare un aumento dell’alcalinità, cioè diminuisce l’acidità delle urine, e i valori si attestano su 7-8 di pH, che rimane comunque un valore normale. Se, però, l’alcalinità si innalza ancora, allora può essere indicativo di una infezione delle vie urinarie.
    Una dieta ricca di proteine (per esempio se si mangia molta carne) si accompagna ad una maggior acidità delle urine, cioè il valore del pH si attesta su 5, che rimane comunque un valore normale.

    Peso specifico: indica la capacità del rene di concentrare l’urina.

    E’ raro che il valore del peso specifico sia maggiore o minore del valore normale. Quando accade significa che il rene ha perso la sua capacità ed è quindi legato ad una disfunzione renale oppure, ancora più raro, a diabete insipido.

    Sostanze chimiche: si tratta di sostanze che possono essere presenti nelle urine:

    proteine: il rene ha il compito di mantenere nell’organismo le proteine, quindi non dovrebbero venire eliminate nelle urine. Se, al contrario, le analisi indicano una loro presenza e il fatto è isolato, potrebbe essere dovuto a infezioni delle vie urinarie. Se, invece, la presenza di proteine nelle urine è costante, potrebbe trattarsi di una malattia renale come, per esempio, la glomerulonefrite acuta e/o cronica. E’ molto importante che in gravidanza si controlli costantemente l’urina perché la comparsa di proteine potrebbe essere la spia di una malattia fetoplacentare piuttosto preoccupante, la cosiddetta gestosi.
    emoglobina: è un pigmento presente nei globuli rossi che non dovrebbe trovarsi nelle urine. Se, invece, è presente, è l’espressione di micro o macro emorragie lungo le vie urinarie.
    glucosio: è lo zucchero presente nel sangue che, di norma, non dovrebbe essere presente nelle urine. Ci sono casi, però, come nei diabetici non compensati, in cui il valore del glucosio nel sangue è molto elevato e il rene non riesce a trattenerlo del tutto, pertanto viene lasciato passare nelle urine e si ha la cosiddetta glicosuria.
    pigmenti biliari o bilirubina: la bilirubina è una sostanza che generalmente viene espulsa dal fegato nella bile e che solitamente non si trova nelle urine. Se, però, dovesse essere presente, è indicativa di una epatopatia, cioè di una malattia legato al fegato.
    corpi chetonici: si tratta di sostanze che se dovessero essere presenti, sono espressione di una alterazione dovuta al metabolismo (la presenza di chetoni nelle urine compare spesso nei bambini con la febbre).
    nitriti: si tratta di sostanze che vengono eliminate con le urine in presenza di batteri, se, quindi, dovessero rilevarsi tracce nelle urine, è ipotizzabile una infezione delle vie urinarie. In questo caso la visione al microscopio dovrebbe evidenziare anche la presenza di batteri nelle urine.
    sedimento: l’urina viene messa in centrifuga e la sua parte corpuscolata, cioè le cellule presenti nell’urina, sedimentano e vengono osservate al microscopio. Nella normalità non ci dovrebbe essere “nulla da segnalare”, ma la lettura al microscopio può anche evidenziare:
    presenza di globuli rossi: se già risulta presente l’emoglobina nelle urine, anche i globuli rossi devono essere presenti (una specie di conferma dell’analisi svolta in precedenza in automatico)
    presenza di leucociti: è un segnale di infiammazione/infezione delle vie urinarie.
    presenza di cristalli: segnale di una alterazione che può portare ad avere calcoli delle vie urinarie
    presenza di batteri: spia di una infezione delle vie urinarie
    presenza di cilindri: rappresentano il segno evidente di una forte perdita di proteine a livello renale.

Urinocultura
  • L’urinocoltura è un esame di laboratorio, il cui scopo è la ricerca di microrganismi, in particolare germi e batteri, nelle urine per diagnosticare le infezioni nelle vie urinarie. In una situazione normale, infatti, l’urina è sterile, cioè priva di batteri. Se, invece, questi vengono segnalati, il laboratorio è in grado di identificare il batterio responsabile dell’infezione e di consigliare, grazie all’antibiogramma, l’antibiotico efficace per debellarlo.

    L’antibiogramma è un esame effettuato sul germe isolato dall’urinocoltura ed è un esame che viene effettuato in automatico dal laboratorio nel momento in cui l’urinocoltura evidenzia la presenza di un batterio nelle urine. Naturalmente, se le urine sono sterili, significa che la situazione è normale e non viene eseguito l’antibiogramma.

    PERCHE’ SI ESEGUE

    L’urinocoltura è un esame fondamentale per diagnosticare la presenza di infezione delle vie urinarie, per identificare la specie di batterio responsabile dell’infezione e per orientare, grazie all’antibiogramma, la terapia antibiotica più efficace contro quella specifica infezione causata da quel batterio.

    COME SI FA

    E’ necessario vengano utilizzati contenitori monouso che possono essere acquistati in farmacia o vengono consegnati dal laboratorio presso il quale si intende far analizzare l’urina. E’ molto importante che le urine vengano raccolte con una tecnica adeguata per evitare “inquinamenti”, per evitare, cioè, che vi sia presenza di batteri nelle urine dovute al passaggio dalla zona uretrale dove è normale che vi siano batteri che, però, se passano nelle urine, potrebbero dar origine ad una diagnosi falsata di infezione delle vie urinarie. Quindi, dopo una accurata pulizia dei genitali con acqua corrente e sapone ed eliminazione del primo getto di urina, è possibile raccogliere il cosiddetto “mitto intermedio”, cioè il secondo getto di urina che non ha subito contaminazioni con l’esterno. Preferibilmente le urine devono essere raccolte di primo mattino, perché sono più concentrate, e devono essere portate nel più breve tempo possibile al laboratorio per l’analisi. I batteri eventualmente presenti nelle urine, infatti, crescono e si riproducono velocemente, quindi, se le urine stazionano troppo tempo a temperatura ambiente, il risultato sul numero dei batteri identificati potrebbe essere alterato in eccesso. E’ consigliabile non assumere antibiotici prima di aver effettuato l’urinocoltura altrimenti questa diventa pressochè inutile.

    COSA SIGNIFICANO

    L’urinocoltura puo’ essere:

    Negativa: quando non vi sono batteri nelle urine quindi, il campione è sterile e tutto e’ nella norma.
    Positiva: quando vi e’ presenza di batteri. Grazie all’dentificazione del batterio si avrà una diagnosi di infezione delle vie urinarie.
    Inquinata: quando vi e’ presenza di batteri ma in quantita’ molto bassa.

VES

Ves

VES è una sigla che indica la “velocità di eritrosedimentazione”. E’ una analisi di laboratorio che calcola il tempo che impiega la parte solida del sangue (soprattutto, i globuli rossi) a separarsi da quella liquida (il plasma). Il sangue, infatti, è un sistema in continua evoluzione, composto da una parte liquida, chiamata plasma in cui sono presenti numerose sostanze, come gli enzimi, i minerali, gli ormoni, gli zuccheri, le vitamine, le proteine, eccetera, utili per il metabolismo dell’organismo, e da una parte cellulare solida, o corpuscolata costituita dai globuli rossi o eritrociti, dai globuli bianchi o leucociti e dalle piastrine. Per 1 ora si valuta in quanto tempo la parte corpuscolata del sangue precipita all’interno di una provetta graduata in millimetri.

PERCHE’ SI ESEGUE

E’ un esame che viene prescritto perché offre un orientamento al medico rivelando la presenza di una infezione o di una infiammazione nell’organismo anche se non è molto preciso e non è l’unico (è meglio affiancarlo all’analisi della Proteina C-reattiva e delle Mucoproteinenei casi dubbi). Generalmente viene consigliata quando la persona tende ad ammalarsi spesso a causa di un abbassamento delle difese naturali dell’organismo o soffre di stati infiammatori come la bronchite, la faringite, l’otite, eccetera, che tendono a ripetersi. La velocità con cui avviene la separazione tra la parte corpuscolata del sangue e il plasma, in una provetta posta verticalmente, varia da persona a persona e cioè varia sia in rapporto alla concentrazione nel plasma di determinate proteine (per esempio, le mucoproteine, le gammaglobuline, eccetera), sia con il numero dei globuli rossi. Questa variazione non è precisa e, quindi, il medico non può pronunciare una diagnosi, ma può sospettare la presenza di una infiammazione nell’organismo.

COME SI FA

Si tratta di un semplice prelievo di sangue che non prevede alcuna specifica preparazione, neppure essere a digiuno, anche se, per evitare che l’alimentazione influisca sul risultato accelerando o diminuendo la velocità con cui precipitano i globuli rossi, il consiglio è quello di eseguire l’analisi a digiuno, se possibile. I farmaci non influiscono sul risultato, ma è sempre consigliabile informare il medico su una eventuale cura in corso in modo che possa avere un’idea globale dello stato di salute in cui si trova la persona.

COSA SIGNIFICANO

può considerarsi normale quando il suo valore oscilla tra 0 e 20 millimetri. Secondo un indice, chiamato indice di Katz, 7 è il valore che può essere definito mediamente normale della VES.

Se la VES è molto alta, con valori di molto superiori al valore massimo, può essere determinata da uno stato infiammatorio come l’artrite reumatoide (malattia infiammatoria acuta che colpisce le aticolazioni), da una epatopatia (sofferenza del fegato), da una insufficienza renale, da un trauma e via dicendo, fino a far sospettare la presenza di un tumore quando il valore è superiore a 100 millimetri dopo 1 ora.

Se la VES è mediamente alta, con valori vicini o poco più alti di 20 millimetri in 1 ora, vi può essere uno stato di gravidanza oppure una infezione causata da batteri come, per esempio, la faringite o una anemia.

Se la VES è piuttosto bassa, vicina allo 0, la causa può essere una allergia o una eccessiva presenza di globuli rossi nel sangue o uno stato di disidratazione dell’organismo.

Dopo aver valutato i risultati della VES, il medico può orientarsi meglio e consigliare altre indagini di approfondimento.

Spesso è importante affiancare questa analisi e confrontarla con un altro esame del sangue, la Proteina C-reattiva (PCR), molto più preciso perché la Proteina C-reattiva è una sostanza presente solo nel sangue delle persone che soffrono di malattie infiammatorie e che, quindi, aumenta quando ci si ammala e scompare a guarigione avvenuta.

Un altro esame che indica la presenza o meno di una infiammazione con cui può essere utile confrontare i risultati di VES e Proteina C-reattiva è l’analisi delle Mucoproteine (alfa –1- glicoproteina acida), un esame utile per valutare se lo stato infiammatorio è dovuto a cause reumatiche.

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